PJ Harvey – Rid of Me

PJ Harvey - Rid of Me (E infatti non ci siamo più liberati di lei)

Era il 1993. Per capirci, era l’anno di “In Utero” dei Nirvana, “Siamese Dream” degli Smashing Pumpkins, “Vs” dei Pearl Jam. Io avevo 10 anni, e vedevo mia cugina grande sfoggiare camicioni di flanella a quadri come fossero la cosa più preziosa mai avuta in vita sua. C’erano genitori preoccupati per questo fenomeno dilagante chiamato grunge, che chiudeva i loro figli in camera per ore e ore ad ascoltare messaggeri di depressione e nichilismo. C’era una bambina che era troppo piccola per capire, che da quelle cose veniva solo un po’ sfiorata, che sarebbe cresciuta abbastanza solo quando ormai era praticamente tutto finito (oserei dire per fortuna), e che si limitava a coltivare platoniche fantasie sentimentali sui nuovi miti della sua generazione (ad esempio l’indimenticabile Billy Corgan vestito da gelataio nel video di “Today”). Lo so, sto divagando terribilmente.

Era il 1993, dicevamo, e c’era anche il cosiddetto movimento delle riot-ggrl (anche quello vissuto poi in differita: Babes in Toyland, L7, Sleater Kinney, Hole).

E poi c’era la nostra Polly Jean, che se n’era già uscita nel ‘92 con un piccolo gioiellino chiamato “Dry”, (che invano si era tentato di accostare ai nascenti movimenti musicali nineties, ma che si scopriva essere abbastanza a sé), e che un anno dopo rincarava la dose della sua assoluta singolarità dando alla luce questo concentrato di morbosità femminile, condensato in un incastro musicale perfettamente isterico, rabbioso, e  per niente punk.

La formula sembrava essere la seguente: melodie argute cantate senza mestiere, se necessario gridate, all’occorrenza vomitate, ma senza l’autocompiacimento delle urlatrici sue colleghe, piuttosto per mera necessità; semplici riff di chitarra inseriti in contesti ritmici a dir poco impossibili (provate a chiedere a un batterista che conoscete, anche uno bravo, di rifarvi quella malattia assurda che è il tempo di “Man-Size”). E poi le liriche: qualcosa che sino ad allora sembrava impossibile immaginare cantato così (neppure le riot più cattive erano mai arrivate a minacciare un atto masturbatorio con finale splatter: «Te lo strofinerò fino a farlo sanguinare», “Rub it ‘till it bleeds”. Per non parlare di gambe tagliate per non far scappare il proprio amore, “Legs”).

La produzione di Steve Albini fece tutto il resto, dando al disco un’impronta ancor più sensazionalistica, rimarcando la totale atipicità dell’artista e delle atmosfere e rendendo a quella 24enne disturbata, che era (o voleva sembrare) all’epoca PJ, un gran bel servigio: “Rid of Me” fece parlare di sé per mesi e mesi, e tuttora ne stiamo parlando.

Io l’ho ascoltato per la prima volta che avevo 20 anni o giù di lì, quindi a parecchio tempo di distanza (e non vi dico la fatica di mettermi in pari, e recuperare un intero pezzo di storia della musica al femminile che si era compiuto mentre io ne ero totalmente all’oscuro); è stata la prima cosa che ho avuto di lei, e in un primo momento l’ho respinta, perché era musica palesemente disturbante, dall’emotività elefantiaca, le cui sfaccettature viravano decisamente verso un simbolismo macabro, ammissioni scomode, violenti flussi di coscienza. Roba forte, insomma.

Poi  l’ho sentito e risentito, (e risentito, e risentito), e dentro ci ho trovato tutto quello che mi serviva: la follia che, dietro l’apparente briglia sciolta, è assolutamente calibrata, per non dire lucidissima; il talento interpretativo, perché lei canta come se potesse ucciderti, ma sai che non lo farà: sta solo recitando da dio; la scaltrezza compositiva: dosare il facile e il difficile, l’immediato e il subliminale. Tutto questo mi diede una grande lezione, una lezione che mi sarebbe stata ciclicamente confermata da tutta la produzione successiva (fatta  forse eccezione per “Stories from the City, Stories from the Sea”, l’album in cui mi riconosco di meno).

C’è poco da dire, lei ha fatto la storia. E la sta ancora facendo, mi sa. Questo qui è solo un tratto del percorso, ma fornisce la cifra perfetta della sua grandezza.

Autore dell'articolo: Valentina Zona

"Ciascuno è tanto più autentico, quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stesso". Ovviamente non è mia.

2 commenti su “PJ Harvey – Rid of Me

    Eddy

    (13 marzo 2013 - 17:10)

    Queste sono le uniche recensioni che hanno senso, a mio avviso, ovvero ti spiego perché A ME è piaciuto o perché mi ha fatto cagare, in base alla mia esperienza, al mio sentire ecc. ecc. Il resto è alquanto inutile, oltre che noiso da leggere…

      Valentina Zona

      (17 marzo 2013 - 21:24)

      Pensa che invece la bionda dice che racconto troppi cazzi miei!!! 🙂
      Grazie Eddyyyyyyyyyyyyyyyy

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