Peter Gabriel – Scratch My Back
Sono trascorsi trent’anni dalla pubblicazione di “Peter Gabriel 3”, il terzo capitolo della carriera solista dell’ex Genesis.
“Melt” (con riferimento allo “sciogliersi” del volto del cantante sulla copertina del disco), come venne intitolato per distinguerlo dai precedenti, fu il primo album di Gabriel a riscuotere successo internazionale, anche grazie al contributo di valenti musicisti come Paul Weller, Phil Collins, Robert Fripp (già collaboratore per i primi due dischi solisti di Gabriel), Tony Levin e Kate Bush. Per la realizzazione del disco, l’ambizioso musicista britannico scoprì l’importanza del ritmo come scheletro di una canzone. Tutti i brani presero forma a partire dal ritmo, un’intuizione che influenzerà tutta la sua discografia a venire.
A trent’anni di distanza il progetto di “Scratch My Back” (Emi, 2010) si presenta come l’esatto opposto. Tutti i brani sono privati del ritmo, decelerati e risuonati in chiave orchestrale, art-rock. Il disco è una raccolta di cover di mostri sacri come David Bowie e Neil Young, di giovani gruppi rock come Arcade Fire ed Elbow e di altri meno conosciuti come Bon Iver e The Magnetic Fields.
Si sente il bisogno di respirare a pieni polmoni in “Scratch My Back”, come quando si percorre un lungo viale alberato: niente inquinamento elettrico, niente rumori assordanti, solo musica pura.
“Boy In The Bubble” (di Paul Simen), “The Power Of The Heart” (Lou Reed), “Apres Moi” (di Regina Spektor), “Heroes” (di sir David Bowie) e “The Book Of Love” (dei The Magnetic Fields) sono i momenti migliori dell’album, sempre discreto e piano, a tratti quasi minimale. Più che un graffio alla schiena questo disco è una vera carezza al cuore. La concessione più enfatica riguarda la cover del pezzo degli Arcade Fire, “My Body is A Cage”, in cui l’orchestra è trascinata in un glorioso e tempestoso crescendo. È davvero raro che un album di cover possa suonare così riuscito e personale. Probabilmente Gabriel, conscio del pericolo, ha giocato la sua partita senza risparmiarsi e rischiando più del dovuto, inserendo passione, emotività e trasporto, e lavorando con filologica serietà alla riscrittura orchestrale di questi nuovi e vecchi classici. Sarà interessante ascoltare poi il secondo capitolo, già intitolato “I’ll Sctratch Yours”, in cui gli artisti sopra citati (tranne Bowie, che è in un periodaccio) renderanno omaggio a Peter risuonando alcuni dei suoi brani.






































