Nico – The Marble Index

Nico - The Marble IndexStoria di una liberazione 

Nella mia vita di ora faccio cose che mi lasciano spiritualmente esangue. Mi è capitato di rado, ultimamente, di ascoltare musica nuova: un po’ per eccessiva pretenziosità mia, un po’ per mancanza di spirito, appunto. Il che, per il mio concetto di esistenza dignitosa, è francamente inaccettabile: dev’esserci sempre tanta musica nella vita di una persona, musica passata, presente e futura. Ma tant’è: se non altro, ho avuto la possibilità rifugiarmi nelle mie lussuose comfort-zone musicali, vale a dire i preziosi discoamici (io li chiamo così), che mi fanno compagnia, che mi ricordano chi sono, che mi tengono presente a me stessa.

Questa recensione, dopo mesi di latitanza, è frutto del succitato processo di riavvicinamento ossessivo ai pilastri della mia formazione.

E così veniamo a Lei. Chi mi conosce lo sa: è più di un feticcio, è ben oltre la fissazione, è qualcosa di estremamente vicino alla devozione liturgica. Ma un motivo c’è. E non è il carattere iconico del personaggio che, tra l’altro, almeno nell’immaginario collettivo, è in netto contrasto con la vera sostanza di Nico-Icon.

Nota ai più come la bionda dei Velvet e di Andy Warhol, in pochi sanno che, subito dopo la conclusione di quella parabola straordinaria ma tutto sommato breve e marginale, Nico avrebbe rivelato la sua natura inattesa di “sacerdotessa delle tenebre”: si sarebbe mostrata quale sperimentatrice d’avanguardia, densamente dentro il filone più “alto” e ostico della composizione. Lungi dal potersi accontentare di essere una Chelsea Girl qualsiasi, occasionalmente prestata alla musica, quest’artista era destinata ad aprire porte e poi strade, attraverso un cammino di cui ci si sarebbe accorti, colpevolmente, solo decenni più tardi.

Ecco spiegato il  motivo della mia devozione: il percorso musicale di Christa Päffgen è di straordinaria pregnanza artistica, ma è anche e soprattutto una metafora esistenziale, una storia di liberazione.

Ci aveva provato, Nico, a compiacere e ad accondiscendere, a essere esattamente quello che ci si aspettava da una con le sue fattezze: aveva fatto la modella e l’attrice, poi si era dedicata al canto, ben consigliata dalle sue amicizie musicali altolocate (Brian Jones, Jimmy Page). E pur con l’inevitabile bizzaria di una voce chiaramente stridente con la sua fisicità, si era fatta notare con alcuni singoli belli e facilotti, uno in particolare, “I’m Not Sayin’”, da lei profondamente odiato, come ebbe modo di dichiarare in seguito, eppure primissima testimonianza, d’inestimabile valore, del principio di tutto.

Proprio grazie a questa canzone arrivò al genio della pop art, che la volle fortissimamente per il suo nuovo progetto artistico, The Exploding Plastic Inevitable, in prima linea con quei Velvet Underground, suoi protetti, che ne costituivano il fulcro. E anche lì, Nico si era prestata a recitare una parte non sua: quella parte l’avrebbe resa immortale nella memoria storica di molti, ma di fatto era destinata a rimanere un dettaglio oserei dire trascurabile della sua carriera, visto che per tutto il tempo aveva il solo compito di starsene lì a farsi ammirare, cantando tre pezzi-tre (seppur bellissimi) e suonando il tamburello con aria annoiata e distante per il resto del set. Non poteva durare.

Quasi contestualmente, usciva “Chelsea Girl”, la sua prima prova solistica, dove ancora una volta faceva la marionetta – più o meno deliberatamente – intonando  magnifiche canzoni scritte da altri (e che nomi: Lou Reed, John Cale, Bob Dylan, un imberbe Jackson Browne). In esse già preannunciava anomalie e intemperanze rispetto alla media delle chanteuses del suo tempo, e pur tuttavia affogava in sintonie di flauti e archi che in seguito le avrebbero fatto rinnegare anche quella produzione. Ho già parlato di quel disco, e sapete bene quanto lo ami. Ma Christa lo detestava, perché ancora una volta quel disco non era Lei.

E poi, nel 1968, con un harmonium regalatole da John Cale, Nico diventava se stessa, e scriveva (col prezioso aiuto di lui) “The Marble Index”.

Vedete, questo è un disco perfetto non solo e non tanto perché molte delle canzoni che contiene sono dei capolavori indiscussi, ma perché testimonia il ricongiungimento di un’artista con il suo vero io musicale: la scoperta e l’espressione di una natura che finalmente si rivela, ed esplode in tutta la sua magnificenza.

In questo album, come nella produzione posteriore, Nico (mai più bionda e mai più pop) ci rende testimoni di una liberazione, si mostra quale appunto è: una musicista di eccezionale talento con il gusto dell’avanguardia e una naturale inclinazione alla ricerca, una sperimentatrice ardita (come pochissimi altri a quel tempo), una feticista del rumore oscuro, una costruttrice di atmosfere, capace di suggerire tempi dimenticati, o mai esistiti, o ancora da venire.

Ce ne accorgiamo a partire dall’intro dissonante di “Prelude”, che prosegue nelle melodie malate di “Laws of Dawn” e giunge ai fasti quasi medievali/cavallereschi di “No One is There”. Inquieta e bellissima la canzone di Ari (“Ari’s Song”, testimonianza di una maternità vissuta anche quella, inevitabilmente, in modo del tutto anomalo, secondo talune ricostruzioni addirittura snaturatamente). Poi arriva “Facing the Wind”, uno dei capolavori assoluti: ancora una volta protagonista l’harmonium ipnotico, rumorismi industriali ante litteram, una melodia di una bellezza agghiacciante. Di nuovo rievocazioni di tempi dimenticati con “Julius Caesar”, e quindi un altro capolavoro d’immensità: “Frozen Warnings” (una delle mie canzoni del cuore), dove John Cale è presente con tutta la sua amichevole devozione in un tripudio di feedback, in un muro del suono che s’alza maestoso mentre la voce di Nico tocca vette d’indescrivibile poeticità, con i suoi “segnali sul confine ghiacciato” (quello tra Est e Ovest?). Poi, subito un’altra perla: “Evening of Light”, dove ancora una volta ci si dà prova di quanto la bellezza e il terrifico sappiano coesistere superbamente. “Roses in the Snow” riproduce il registro dell’harmonium compulsivo, mentre il pezzo finale, “Nibelungen”, completamente disadorno perché vestito della sola voce di Nico, è una cosa che ti spezza il cuore: un atto d’amore e d’addio alla Terra dei Nibelunghi, “Where we cannot be”, un luogo da sogno che non esiste più, perduto, lasciato alle spalle, eppure ancora presente, come una ferita aperta.

Potrei stare ancora ore (sicuramente annoiandovi a morte) a disquisire della purezza assoluta di questo lavoro, dell’incorrotto che vi si scorge a ogni nota, per non parlare della straordinaria profondità delle liriche e dell’interpretazione vocale superba, ma preferisco farmi da parte con un’unica riflessione conclusiva: tralasciando il misticismo che ispira a taluni (me compresa) un disco così, vogliate semplicemente apprezzarne il coraggio e l’ardire, perché dentro c’è scritta la storia di una persona che non ha voluto essere ciò che era più facile e comodo, ma ciò che era più difficile, e più autentico. Abbandonando la comfort-zone patinata della bellezza, della celebrità, dell’accondiscendenza, lasciandosi alle spalle le luci della ribalta e decidendo di percorrere sentieri marginali, a rischio dell’oblio, quella persona ha scelto se stessa, ha scelto la libertà.

Ecco spiegato il mio immenso amore per Nico, e l’evidente opera di proselitismo di questa mia religione. Abbiamo solo da imparare da musicisti (e da esseri umani) così.

E questo è quanto.

Autore dell'articolo: Valentina Zona

"Ciascuno è tanto più autentico, quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stesso". Ovviamente non è mia.

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