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Nico – Chelsea Girl

Nico - Chelsea Girl(La luce, prima delle ombre)

Questo disco è un pezzo di me, quindi non sarò obiettiva neanche lontanamente. Primo, perché è lei. Secondo, perché anche se lei questo disco non lo amava tanto, io sì. E non solo perché il mio ragazzo l’ha scovato miracolosamente in un negozietto di Dublino, facendomi così un regalo stupendo, ma perché dentro c’è il momento genetico di una musicista strepitosa e sempre troppo sottovalutata, “Nico dei Velvet Underground”, “Nico del disco con la banana”.

Con tutto l’immenso rispetto per i succitati, Nico è stata molto di più. E io stessa, fino a un po’ di anni fa, poco o nulla sapevo della sua carriera solistica, quindi lungi da me bacchettarvi. Però, vedete, Christa Päffgen tra le altre cose si è inventata il dark. E, al di là del molto materiale fornito ai posteri in termini di atmosfere sepolcrali e maestosa oscurità, c’è da aggiungere che tutte le fanciulle tanto ammirate e in voga ai giorni nostri, armate di pianoforte e voce profonda (mi viene in mente, al volo, la giustamente pluri-osannata Soap and Skin), le devono praticamente tutto.

Bene, ancor prima che Nico diventasse l’apripista della sperimentazione epica-sinfonica-gotica-funeraria (con capolavori come “Marble Index” e “Desertshore”), c’era questa ragazza bellissima, fresca fresca fanculizzata da Lou Reed e in cerca di fortuna solistica, che si cimentava in un’avventura a dir poco privilegiata, perché aveva in mano canzoni scritte dal fior fiore dei compositori del tempo (il solito Reed – che evidentemente aveva con lei un rapporto abbastanza schizofrenico, fatto di liti feroci e generosità smodata; John Cale, che di lì a poco le avrebbe regalato l’harmonium destinato a cambiare per sempre la sua musica; un giovanissimo e promettente chitarrista, Jackson Browne, e nientemeno che Mr Bob Dylan in persona, che le aveva dato da cantare un pezzo intitolato “I’ll Keep it With Mine”). Gente con cui la Nostra aveva vissuto/amoreggiato/diviso dosi di eroina e sogni di gloria; gente che evidentemente aveva capito che questa bionda pazzesca, oltre ad essere un personaggio stravagante assai, era pure un’artista vera. Una capace di cantare in un modo che mai nessuno si era sognato prima, con quel suo accento assurdo, capace di trascinare vocali come litanie, capace di vestire melodie con solenne tristezza, austera drammaticità mitteleuropea, persino quando cantava folli gallerie umane prese a prestito dalla Factory (traccia 6, “Chelsea Girl”).

E quindi comincia tutto qui, da questo disco di cui lei, in seguito, avrebbe parlato in termini un po’ dissacranti: troppi flauti, troppi archi; un disco che invece già contiene tutte le premesse della sua futura produzione, un disco non suo che riesce ad esserlo comunque, perché lei se ne appropria con quella sua voce, con quel mistero insondabile che le esce ad ogni sillaba. Un disco fatto di canzoni meravigliose (“These Days”, “Wrap Your Troubles in Dreams”, “Eulogy to Lenny Bruce” tra le più memorabili, ma scegliere è impossibile); canzoni scritte apposta per lei e che quindi parlano inequivocabilmente di lei. Un disco che riesce ad essere contemporaneamente soave e denso, di una densità scura, profonda. Un disco che secondo me è un pezzo di storia, e che se non altro (come già detto in premessa), è un pezzo di me.

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