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Museo Rosenbach – Zarathustra

Museo Rosenbach - ZarathustraHo sempre considerato la stagione del prog-rock italiano come una fase decisamente sopravvalutata e mitizzata, una ribellione maturata in seno alla cultura pop sovente fine a se stessa e reprensibile. Suonare bene, tecnicamente bene, e sperimentare ostinatamente nuovi linguaggi nel rock e attraverso altri generi non significa per forza essere originali, creativi ed esteticamente rilevanti. Hegel diceva che avere molte idee è come cogliere molte mele… Da tutto il mazzo della progressive riesco a isolare solo cinque veri capolavori, album degni dal punto di vista estetico e artistico. Questi dischi sono “Aria” di Alan Sorrenti, “Aktualia” degli Area, “Concerto Grosso” dei New Trolls, “Nuda” dei Garybaldi e “Zarathustra” del Museo Rosembach. Certo, devo confessare di aver apprezzato anche altri capitoli del prog nazionale, come i primi lavori di Battiato, qualcosa degli Osanna e i Saint Just, ma il risultato non cambia… e sul podio rimangono gli stessi nomi. E tra questi, una delle mie ultime scoperte personali: i Museo Rosenbach.

Il loro cd mi è stato regalato, penso con ironia riferita alla mia passione nietzscheana, da un carissimo amico lontano, da qualche tempo in volontaria cattività spirituale al di là dell’impero. Ci ho messo qualche tempo prima di ascoltarlo. Naturale diffidenza mi spingeva a considerare quel dono come un semplice ricordo materiale, un simbolo sarcastico ed esteriore di cui potevo anche ignorare il contenuto. Per mesi è rimasto nel cassetto come un gadget. Un presente da stipare con cura, un riferimento a frasi dette tanti anni fa, ormai orfane di contesto. Poi, non so perché e come, è finito nel lettore.

“Zarathustra” è un concept in italiano che muove dalla straordinaria tecnica compositiva ed esecutiva della sfortunata band di Bordighera col nome che cita un museo di libri rari e arte decorativa di Philadelphia. Gruppo nel quale militavano il cantante Stefano Galifi, il chitarrista Enzo Moregno, il tastierista Pit Corradi, il batterista Giancarlo Golzi (poi nei Matia Bazar) e il bassista e pianista Alberto Moreno.

galifiIl lavoro nasce dal parto mentale e artistico di Alberto Moreno come esercizio di rock sinfonico aperto a cogitazioni filosofiche e politiche. Già dalla copertina nera di Cesare Montalbetti si comprende che la band poco ha a che spartire con il movimento hippy e il falso ottimismo delle ideologie sessantottine ancora in voga in Italia nel 1973, anno di uscita dell’Lp. Sulla cover compare un volto mostruoso e vagamente espressionista, un collage che richiama scene di guerra e di ritiro bucolico, braccia che innalzano lance o falci e persino un mezzobusto del Duce. Il Movimento la prese malissimo e tacciò immediatamente i Museo di simpatie fasciste. Lo sfondo nero fece il resto. E il riferimento a Nietzsche certo non fu un punto a sostegno della band criticata… Erano anni in cui la rivalutazione critica del filosofo tedesco non aveva ancora abbandonato il circolo chiuso delle università e Nietzsche era ancora considerato dai più come teorico del nazismo e dell’antisemitismo. Per questo la band ebbe vita breve e fu esclusa da tutti i circuiti promozionali interni delle riviste della controcultura ufficiale e dai concerti organizzati dalla subcultura prog italiana.

Eppure siamo di fronte a un disco chiaramente provocatorio e astratto, vale a dire ideale, lontano dalla realtà. Basta ascoltare la musica per comprendere che il prog dei Museo è più maturo, consapevole e libero rispetto a tutti gli altri esempi italiani del periodo e sostanzialmente votato a concetti estetici, trascendenti. L’effetto dovrebbe essere immediatamente chiaro a chi ascolta la lunga suite omonima che occupa tutto il lato A, dove i musicisti mostrano competenza tecnica e gusto fantasioso in bilico tra neoclassicismo, avanguardia e carica hard-rock. La voce di Galifi, detto Lupo, è meno affettata e artificiosa della solita voce da prog italiano e acquista fondamentali sfumature di ironia nel canto di testi (concettualmente uniti in un unicum metaletterario), formalmente sempre sopra la media e poeticamente più rilevanti dei tanti testi impegnati o belligeranti allora prodotti dai gruppetti nazionali.

Sul lato B compaio tre bei pezzi di rock sinfonico e barocco. Tutti caratterizzati da musiche stilisticamente strutturate, da ottimi arrangiamenti, ricerca timbrica, ritmi non banali e forza dinamica e drammatica. Certo, i suoni sono assai vicini al lavoro di Genesis e The Nice, ma i Museo Rosenbach hanno dalla loro un’eleganza tutta italiana che riesce a reagire con artifici di sintesi e mediazione nei contrasti dei cambi ritmici, delle impennate più rock e dei momenti psichedelici.

La band si sciolse poco dopo l’uscita di questo sfortunato disco, stroncato dal fanatismo e dalla miopia dei giovani “impegnati” del prog italiano. L’album ebbe una certa risonanza in Giappone e fu riscoperto in Italia solo con le ristampe degli anni ’80 e ’90. Successivamente sono usciti tre dischi postumi, tutti pubblicati dalla Mellow. “Rare and Unreleased” (con demo del 1972), “Live 72” e “Rarities” (con altre demo del 1972)…

 

1 comment

  1. Amahori

    L’album è ottimo, certo è più facile comporre un solo disco e metterci dentro le melodie migliori, più difficile è fare più dischi consecutivi in pochi anni….Qualcuno critica Tarkus di Elp…..bisogna guardare date di pubblicazione e carriera.
    Comunque una piacevole scoperta e ridicola la scelta di boicottare una band per un colore e una foto del duce….ma anche loro che testa….gli anni erano quelli….
    In ultimo non concordo pienamente sul prog italiano e sugli album scelti ma soprattutto sugli artisti dimenticati. Ciò che ha fatto la Pfm non lo ha fatto mai nessuno, un prog unico e irripetibile e incredibilmente attuale al contrario di tante sonorità di mega gruppi, genesis in testa. Dietro Banco e terzi le Orme….insomma, ciò che giustamente pensiamo un po’ tutti….

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