Michael Jackson – Thriller

Sul SEGA Mega Drive, che concettualmente assomigliava un po’ al Milan di Sacchi o all’impero di Carlo V in Europa (un fenomeno antipatico di prepotenza formale, imposto per monopolizzare il contesto) c’era un video game dedicato a Michael Jackson. Il solito platform a quadri dalla mission abbastanza chiara: Michael insegue un cattivone che rapisce bambini, sgominando una gang di malviventi a suon di calci volanti, spaccate e berrettate in faccia. La “mossa” speciale, naturalmente, era il moonwalk, grazie al quale l’eroe faceva saltare tutti per aria, come in preda a un esplosivo ballo di san Vito.

Il particolare più inquietante del gioco riguardava però il momento in cui Michael salvava i bambini, che liberati dalle grinfie dei delinquenti, sciagurati quanto innocenti, correvano felici ad abbracciare il cantante-salvatore, cingendolo ad altezza pelvica. Dalla padella alla brace insomma. E poi uno si chiede dell’origine e dello sviluppo di tante malignità riguardo alla condotta sessuale del caro estinto… Ma non di questo vogliamo parlare: ci interessa il punto trascendente in cui la musica nella sua essenza si unisce all’immaginario, facendo di quello stranissimo e raro esemplare della fauna musicale chiamato Michael Jackson un idolo immortale.

“Thriller” è il sesto album di Jackson, il suo maggior successo o, più correttamente, il maggior successo discografico in assoluto, il record dei records (doppio disco di diamante solo negli Usa). Michael Jackson pubblica questo lavoro nel 1982 per la Epic, quando era ancora riccioluto e, come dire, fenotipicamente coerente con le informazioni genetiche del suo DNA. Sicuramente non uno sprovveduto, ma neanche il mostro paranoide dall’identità plastificata e confusa nella più velleitaria delle volontà di potenza. All’epoca Jacko era, appunto, il ragazzetto smilzo e sorridente, che zitto zitto aveva già messo a ferro e fuoco la Black Music. Nessuno cantava e ballava come lui. Con i suoi quattro fratellacci aveva fatto il bello e il cattivo tempo alla Motown, etichetta simbolo della musica afroamericana anni ’60 e ’70. Fu proprio Jackson a far accappottare la label con il suo straordinario successo. Ma tutto ciò che aveva già fatto in precedenza fu oscurato dal successo di “Thriller”.

Deus ex machina del progetto napoleonico di conquista del mondo fu quel gran paraterga di Quincy Jones, che venuto in contatto con Jackson pensò bene di dar vita all’operazione mediatica del secolo: fare del giovane afroamericano dalla voce eterea l’anello di congiunzione tra R’n B, Disco Music, Soul, Pop e Rock, il perfetto ibrido tra musica nera e bianca. E fu così che nacque il re del Pop, quello strano essere che camminava strisciando all’indietro, fasciato da una giacchetta nera di pelle lucidissima con le spalline da ufficiale della Guardia nazionale francese e che si teneva le palle con la mano coperta da un assurdo (e unico) guanto bianco, lanciando brevi e acute grida isteriche.

Jackson rivelò di essersi ispirato per la composizione del disco a “Hot Space” dei Queen, paradossalmente uno degli album più controversi e meno venduti della band (“Wanna Be Startin’ Somethin’” sembra proprio una melodia rubata al gruppo inglese). Il rapporto con i Queen di questo periodo è conservato in alcuni inediti, scritti e registrati insieme a Freddie Mercury, che però, (per questioni di diritti naturalmente) non furono mai inseriti nell’lp o pubblicati dagli artisti. Partecipano effettivamente al disco grandi nomi: Paul McCartney in “The Girl Is Mine”, il sassofonista camerunense Manu Dibango (campionato) in “Wanna Be Startin’ Somethin’”, i Toto in “Human Nature”, Eddy Van Halen e Steve Lukatherin (dei Toto) in “Beat It” e naturalmente Quincy Jones in veste di produttore. Tutto nel disco è perfezione d’intenti e di risultati. Ogni canzone ha potenzialità da singolo, ogni beat è da capogiro, tutto è suonato con dovizia. Si respira talento, calore e groove, nonostante l’ossessivo manierismo volto alla compilazione del prodotto ineccepibile e commerciale. Pezzi micidiali, tagliati col diamante. Su tutti “Thriller”, la title track, basso killer e ritmiche R’n’B. Un racconto pop-horror di grandissimo impatto comunicativo, poi stigmatizzato nello strabiliante successo del videoclip di accompagnamento (un vero e proprio cortometraggio d’autore di 13 minuti, girato da John Landis).“Billie Jean”, resoconto di una travagliata relazione di Jackson con una fan/stalker (già dagli esordi il cantante veniva accusato, come amante, anche se da donne maggiorenni), è il brano in cui si compie la perfetta sintesi tra black & white (sempre per citare Jackson), attenzione ritmica alla Motown e freschezza produttiva pop. Il ritmo della canzone riprende apertamente le atmosfere di una grande hit del 1972 degli Steely Dan (“Do it Again”) e le semplifica in un groove irresistibile destinato a rivoluzionare le leggi e i movimenti del dance-floor. “P.Y.T. (Pretty Your Thing”)” è uno smooth di mestiere, imparentato alle nenie di Stevie Wonder, una melodia dolce e cadenzata in perfetta estetica eighteen. “The Girl Is Mine”, impreziosita dal duetto con McCartney (poi riproposto in “Say Say Say” dell’1983), è una ballata dai toni tiepidamente malinconici, uno dei tanti ammiccamenti del giovane Micheal al pubblico bianco. “Human Nature” è un pezzo scritto dai Toto e reinventato in chiave R’n B da Quincy Jones. Un gioiello di pura musicalità, qualche anno dopo coverizzata anche dal genio Miles Davis. In “Beat It” Michael gioca a impossessarsi delle dinamiche Hair Rock in voga negli anni ’80, producendo un’ottima filastrocca crossover, sorretta da un incisivo riff di chitarre e tastiere, e un ritornello ipnotico carico di ambigua sensualità. L’assolo tamarrissimo è di Van Halen, guitar hero del decennio, non meno che perfetto nel particolare contesto.

Il sound di questo album è il marchio di fabbrica sul quale Jackson costruirà la sua carriera negli anni ’80 e ’90, una studiata sintesi del meglio della musica nera degli ultimi anni. Se già nel periodo che va dagli inizi degli anni ’60 alla metà degli anni ’70 è possibile vedere profilarsi un movimento di emancipazione della Black Music in senso commerciale, è a partire dagli anni ’80, e cioè con Jackson, che comincia a farsi chiaro l’immenso potenziale pop della musica d’ascendenza afroamericana. Un’incarnazione perfetta. Così chiara che anche la pelle del cantante iniziò a impallidirsi, manifestando concretamente la più folle e assoluta delle metamorfosi ideali.

In “Thriller” l’artista è finalmente giunto in possesso di quelle intuizioni di base e di quegli strumenti espressivi che gli permettono di agire la sua ideale sintesi tra reale (tradizione black) e virtuale (pubblico bianco). Eccolo il mondo come volontà e rappresentazione! Sicuramente ci sono state molte colonne preesistenti (come diceva Diderot) sulle quali Jackson ha edificato la sua opera: egli è l’erede di uno stile di concepire la musica che ha i suoi antesignani nell’estetica Motown, in James Brown e Otis Redding. Ma il botto è il suo; sua la carriera inimitabile. E non stiamo parlando di una carriera qualsiasi, ma di quella di un re, che sbaraglia il mercato e primeggia in anni selvaggi, di concorrenza spietata. Oggi arrivare primi in classifica è un fatto che può capitare alla prima sgallettata che fa le pose in un video imbecille, ma negli anni ’80, non so se ci si rende conto, si doveva battagliare contro i mostri, bestie assetate di sangue, divi così arroganti e prepotenti che neanche Zeus ubriaco d’ambrosia. Basta dire che gente come David Bowie e Pink Floyd si chiamarono praticamente fuori, sventolando bandiera bianca. Ma Jackson, amato e odiato come nessun altro, la fece da padrone. E probabilmente fu questo a distruggergli le cervella più di tutto. Ma non c’è snobismo che regga: “Thriller” è un grande album, con grandi canzoni. Il personaggio può stare antipatico o apparire giustamente insopportabile, ma la musica c’è. E c’è una tristezza, una rassegnata mestizia, che rende quella voce, all’apparenza superficiale, così personale e viscerale. Una tristezza che è probabilmente frutto di squallidi e mondissimi disagi psicosociali, ma che rende nobile la sua anima. Da cosa deriva infatti la nobiltà se non dal dolore? E non parlo di un carattere incattivito da piccoli o veniali disagi quotidiani, ma di chi sente la propria intera vita con consapevole e silenzioso smarrimento, tremenda inadeguatezza. E giustamente sfoga facendo un moonwalk sul pavimento bagnato di casa. Uh!


“La gente crede quasi sempre che tutti provino per essa sensazioni molto più violente di quelle che provano in realtà: crede che l’opinione degli altri oscilli sotto grandi archi di approvazione o disapprovazione” (F. S. Fitzgerald, Tenera è la Notte).



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