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Marlene Kuntz – Catartica

Marlene Kuntz - CatarticaArrivano così, inaspettati come un lampo di stile, autocoscienza e impeto, e tuonano con arroganza, esatta volontà estetica, lanciando sul mondo scosse illuminanti di rumore e messaggi intossicati dal nichilismo europeo più sottile, pensiero antisociale e negativismo esistenziale. Sono i Marlene Kuntz da Cuneo e provincia, Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Bergia e Gianluca Viano, un quartetto dalle idee tanto chiare quanto abrasive, cariche sì dell’urgenza e dell’irriverenza che caratterizzano e fanno bene agli esordi, ma già abbastanza sistemate e affilate per dimostrare consapevolezza d’intenti. Succede però qualcosa di strano e di unico. La band dimostra sin dall’inizio uno stile definito e affascinate, che alcuni interpretano come gesto elitario e pretestuoso e altri assumono immediatamente a modello per una nuova scuola e un nuovo corso del rock alternativo italiano. Succede insomma che nei Marlene Kuntz l’ispirazione di partenza, chiaramente legata ai Sonic Youth, Nick Cave & The Bad Seeds, Birthday Party, Swans e Gun Club, venga trasfigurata dalla personalità dei musicisti e dalla poetica di Godano quale paroliere del gruppo.

Riccardo Tesio è un chitarrista che accarezza, percuote e violenta la chitarra senza volgarità ed eccessivi protagonismi, reinventando lo stile di Thurston Moore attraverso contaminazioni pop, arpeggi hard rock e impennate grunge sempre eleganti e bilanciate, nonostante in questo primo disco la tecnica non sia ancora ottima e le idee non del tutto originali. Gli incastri con la chitarra di Cristiano Godano appaiono invece già maturi e affascinanti, problematicamente armonici e armonizzati in una sintesi di irrequietezza e gentilezza che ha pochi paragoni nel panorama italiano. La batteria di Luca Bergia si distacca completamente dagli stilemi del noise-rock alternativo anni ’90. Il suo background miscela accenti metal a tocchi jazz, scomponendosi e ricomponendosi su ritmi apparentemente “normali” o, come si usava dire qualche tempo fa, punk rock. Un lavoro di sincopi, ritardi e raddoppi che privilegia tom e timpani ai piatti della batteria Mapex Saturn ma che sa anche tradursi in foga fisica e aggressività timbrica. Il basso di Viano è semplice e intelligente, probabilmente diretto e ispirato dal produttore e mentore dei Marlene Kuntz, quel Gianni Maroccolo ex bassista di Litfiba, CCCP e CSI e deus ex machina della rinascita del rock alternativo italiano. I testi di Cristiano Godano brillano per forma e contenuto intrecciando respiri letterari a ruggiti esistenziali, slogan e giochi retorici da poesia scapigliata o ermetica. Godano parla dell’amore, del sesso, della società e dei fatti suoi, mettendo in scena testi stilisticamente e poeticamente autosufficienti, riuscendo cioè a trasformare il verso musicale e narrativo in espressione artistica, vale a dire in un mondo, una visione, una verità estetica, o come direbbe Heidegger in “messa in opera della verità”. E la visione di Godano si associa a un nichilismo assoluto, già lontano dall’indulgente pessimismo adolescenziale del grunge, un giudizio di condanna che distrugge i sentimenti, la famiglia, il sistema delle amicizie, della società e degli schermi di protezione che l’uomo ha inventato e innalzato a regole della convivenza civile. La voce raggiunge come può espressioni liriche di rabbia e dolcezza, sensualità e disagio, articolandosi attraverso artifici tecnici paralleli e apparentemente dicotomici. Godano parte da un’inflessione fioca, alza spesso la voce falsando timbro e suono, poi affonda con tono caldo e basso imparentato al tenore narrativo di Nick Cave, riuscendo infine a distorcere la voce nel grido lacerante à la Kurt Cobain.

Marlene Kuntz - CatarticaRiascoltare oggi “Catartica”, il primo album dei Marlene Kuntz, prodotto artisticamente da Marco L. Lega e distribuito nel 1994 dalla CPI, comporta diversi problemi ermeneutici. Il periodo musicale di cui stiamo parlando non è stato ancora storicizzato da critici e musicisti, e un giovane di vent’anni che non ha idea di cosa fosse il Rock negli anni ’90 probabilmente potrebbe giudicare certe scelte produttive abbastanza estreme e poco curate, o accusare la band di acerbità e parossismo. Non tocca a noi spiegare cosa era il grunge, quale ambiguità sostanziale opponesse e intrecciasse rock mainstream a là Guns ’N Roses, rigurgiti metal-rock tipo Metallica con i capelli corti  alla scena underground internazionale, dei centri sociali e delle autoproduzioni. Un altro problema riguarda la scena italiana. Qualcosa si stava muovendo in ambito rock alternativo ma nulla di effettivo, niente che potesse paragonarsi a ciò che succedeva ed era successo in America e in Inghilterra. Gli italiani portavano in realtà avanti strascichi della scena punk, dark o folk rock degli anni ’80, giocando con l’ironia, la politica o l’antipolitica, nulla di più. I CCCP/CSI come caso unico e particolare sono conferma ed eccezione del teorema. Eppure c’era fermento, quello che si chiama un pubblico, pronto ad adottare chiunque dimostrasse personalità e piglio, presentandosi fuori dagli schemi tipici del canto italiano ma che al tempo stesso non scimmiottasse modi e modelli anglosassoni. Cantare in inglese o in italiano? Questo il problema. E qui arrivano i Marlene Kuntz che coniugano il verbo italiano in suono americano evitando ammiccamenti e grottesche deformazioni e, soprattutto, alzano il livello e la cifra linguistica a un grado tanto elevato da apparire anomalo.

Poi c’è il capitolo Sonic Youth. Chi conosce sul serio i Sonic Youth e i Marlene Kuntz ci pensa dieci volte prima di paragonarli con troppa sufficienza. Nell’ottica di un tale antagonismo potrebbe pure andare a finire che i Sonic Youth escano sconfitti, questo è il guaio. Tecnicamente la band di Cuneo è per certi versi superiore sin dall’inizio. Certo non per customizzazione delle chitarre, per quello ci vogliono anni di studio e di live, ma per presa stilistica, capacità di organizzazione melodica, impatto ritmico e potenza sonora… I Marlene Kuntz hanno perfezionato ed estremizzato la lezione dei Sonic Youth, completando e sofisticandone la poetica rumoristica con atteggiamenti catartici, liberatori ma non per questo pedanti o fini a se stessi, complessi ma non astrusi, provocatori ma mai demenziali.

Partiamo dalla prima traccia di “Catartica”, il manifesto programmatico intitolato “M.K.”, che a prima vista potrebbe assomigliare a una caricatura delle Posse o delle rime hip-hop o a un immotivato esercizio di autocelebrazione… Qui le chitarre, i riff, il noise, gli stacchi di batteria, i volumi, l’impasto vocale, dimostrano una forza e una necessità mai appartenute ai Sonic Youth. I Marlene Kuntz aggrediscono gli strumenti con foga e passione sensuale, danno vita a un caos impressionante e vorticoso, pronto a deflagrare e spazzare via tutto. In questa confusione assoluta mantengono il controllo, dando senso a una navigazione tempestosa fatta di scossoni, pericoli, offese e scontri materici. “Festa Mesta” è una canzone epocale, uno di quei brani che rappresenta una generazione, un umore, una sensibilità. È un brano costruito su un’intuizione abbastanza semplice dall’impatto immediato eppure lontana da stereotipi e canoni di genere. Il suono è vicino a “Dirty” dei Sonic Youth, ma più infiammato e denso, ricco di rabbia, sarcasmo, sorprese. Le chitarre si inseguono agguerrite, la batteria aggredisce, circonda, assedia e batte il ritmo dell’assalto finale…  la voce commenta, quasi annoiata, la morte dell’entusiasmo e il disprezzo per la società fotografata nella stupidità di una qualsiasi cerimonia, occasione rituale di incontro e festeggiamento.

“Sonica” si fa espressione della potenza drammatica della band, rievoca la callida indolenza del Nick Cave di “The Good Son”, e senza eccessive adulterazioni concettuali specifica e argina in una lingua di fuoco l’impressionante e bollente scorrere della lava informe dell’improvvisazione. Tintinnano le chitarre, rimbombano, stridono, ammantano, partono feedback malvagi e allucinati, si fermano, recuperano su tempo sincopato e coinvolgente da cavalcata epica al limite dello stoner. Una suggestione accennata e poi corrotta da gusto noise e atmosfere post-rock. C’è l’epos e la sacralità di un sabba, la potenza e la forza di un’esplosione thrash metal, l’alienazione, l’urlo disperato grunge della noia, la volontà d’oblio e del nulla schopenaueriano. La melodia diventa perfetta in “Nuotando Nell’Aria” e il romanticismo si combina con la decadenza, da Baudelaire a Gozzano, da Mallarme a Caproni. Bergia inventa un ritmo semplice e incisivo, uno spezzato ancora sincopato immediatamente riconoscibile e vagamente trascinante sul quale la voce si mette a decantare e sospirare, in primo piano, motivi di nostalgia e amore deluso. L’esplosione elettrica centrale del brano, preceduta da un assoletto fragile e commovente, trasforma il brano in un climax di pathos e sentimentalismo, un classico tra la ballata, l’elegia e la nuova canzone rock anni ’90. Protagonista è la voce di Cristiano Godano, eccezionalmente comunicativa e poetica, un canto che innamora e appassiona, senza essere banale né pretestuoso. “Giù Giù Giù” e “Lieve” sono i momenti più fiacchi del disco. Una canzoncina appesantita da distorsioni e sostenuta da un ritmo troppo forzato e una pura ballata, testualmente perfetta, gravida di spunti e malie spirituali vicine all’universo estetico dei Diaframma, ma musicalmente inferiore al resto del disco. Si tratta comunque di due brani ispirati sia musicalmente che liricamente, che in qualsiasi altro contesto sarebbero emerse con più successo (vedi la riproposizione di “Lieve” nel live acustico “In Quiete” dei CSI). “Trasudamerica” rappresenta la melodia più brillante dell’album. Qui la musica si fa evocativa, grazie al bellissimo fraseggio di Tesio, sinfonicamente attenta, e sostiene un testo spiccatamente narrativo e personale, un gioco di riferimenti e analogie hemingwayiano. “Fuoco Su Di Te” e “Merry X-Mas” sono i momenti più punk-rock della selezione. I Marlene Kuntz accelerano e si muovono liberi dimostrando capacità di gestione del groove e intelligenza melodica: una scala elementare, se ben congeniata e incastrata, può reggere da sola un pezzo, e non servono orpelli, divagazioni (à la Sonic Youth, appunto) o sottolineature inutili. In “Gioia (Che Mi Do)” ritorna a farsi vivo il fantasma di Nick Cave, la musica diventa più liquida e ubriaca, le parole inseguono immagini forti ed ermeticamente riuscite, e il finale si fa post rock, espressionistiacamte tedesco. In “Canzone di Domani” tornano in auge accenti punk, sostenuti da un arpeggio veloce e un intreccio di chitarre da manuale. La batteria trova rimbalzi e pause che trascinano e dirigono il brano su piani di semplicità non ovvia e vivacità mai risolta. “Mala Mela” è un piccolo capolavoro forse sciupato da reiterazioni superflue. La chitarra in assolo è un gioiello naif di tristezza ed empatia, un notturno elettrificato e percorso da scariche di rabbia. Con “1° 2° 3°” si ritorna all’impatto aggressivo e invadente di “M.K.”. Il brano è letterariamente attraente e musicalmente inquietante, nonostante la struttura semplice e il ritornello dritto, un idillio negativo dove le chitarre mai pacificate ricercano spazio ed espressione in intervalli ora compressi ora dilatati, assai suggestivi e patetici. Nella coda strumentale “Non Ti Scorgo Più” si omaggiano i Sonic Youth di “Daydream Nation”  e la vaporosa intensità delle chitarre di Moore e Ranaldo.

“Catartica” è un capolavoro. Una catabasi spirituale che nel doppio gioco di liberazione orgiastica degli istinti e delle emozioni e nel controllo formale, logico, poetico, del caos riesce a farsi anabasi e catarsi, purificazione dei sentimenti. Nel secondo disco, “Il Vile”, i Marlene Kuntz riusciranno a rielaborare e ampliare il loro discorso musicale, evolvendo in senso tecnico e strutturale. Con “Ho Ucciso Paranoia” cercheranno di coniugare, con successo, umori crepuscolari, rumore e forma canzone. Poi il declino che conosciamo e di cui si è tanto parlato. Sarà che siamo entrati in un periodo involutivo della storia, o che si cresce e si perde l’ispirazione, ci sono mille giustificazioni… Una cosa è certa, da un gruppo del genere ci saremmo aspettati un’evoluzione più bella.

“Il fine della poesia è l’imitazione di un’azione nobile e compiuta… la quale per mezzo della pietà e del terrore effettua la purificazione di cosiffatte passioni”. Aristotele, Poetica (6, 1449b 24)

6 comments

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  1. Coppolone

    E il congiuntivo lo lascio

  2. Coppolone

    Buona sera(l’educazione prima di tutto)….catartica mi fa venire alla mente momenti fantastici della mia vita passata…. Ad oggi comunque penso che i marlene nn siano più il gruppo che ascoltavo, secondo me questa loro evoluzione/ involuzione nn rispecchi più i canoni che ricerca il vero amante di catartica

  3. KoolAid

    Bellissima recensione. L’album lo presi poco dopo che uscì ed è bellissimo, anche se il capolavoro dei M.K. arriverà con Il Vile. Poi, inutile, avrà inizio un lento declino che va avanti sino ai giorni nostri..

  4. P.De Nigris

    E’ vero Catartica e’ un cd che lascia esterrefatti. Colpisce al cuore e i MK non hanno mai riprodotto un album all’altezza. Ho una domanda: studio Storia e Critica della Musica al dip. storia e arti visive di Padova e molti concetti dell articolo mi sembrano inerenti ai concetti, espressioni, formule critiche che trovo sui libri specialistici di critica estetica musicale contemporanea. Hai studiato Storia della Musica?

    1. Giuseppe Franza

      no 🙂

  5. Marco

    Secondo te c’e’ stato il declino per me e per tantissime altre persone no! sono ancora grandiosi…!

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