Low – The Great Destroyer

recensione the great destoryer lowDopo aver sorpreso con i due album precedenti, “Things Lost In Fire” e “Trust”, non è molto difficile lasciarsi conquistare dal lavoro che i Low hanno partorito nel 2005, “The Great Destroyer”, un album che non ha lasciato delusi quanti dei dischi precedenti avevano amato la malinconia e la disperazione dei tre di Duluth, ma ha contemporaneamente sorpreso tutti coloro che probabilmente non si aspettavano una sterzata decisamente rock.

In questo disco, infatti, sembra che la band riesca finalmente a esprimere in pieno l’inquietudine che aveva animato i loro precedenti album, lavorando in maniera più consistente sulle strutture e sulle ritmiche, rendendo la voce più decisa e “divertendosi” a distorcere i volumi, dando così vita ad un disco nettamente rock che, però, non tradisce la cupezza tipica di Mimi, Alan e Zak.

Con questo settimo lavoro della loro carriera, prodotto dal Mercury Rev, i tre riescono ad esprimere la malinconia dei precedenti dischi non disdegnando eccessi di aggressività e una spiccata tendenza a mostrarsi molto più liberi, meno imbrigliati in quella falsa “pacatezza” che probabilmente non gli aveva permesso di “uscire” appieno nei lavoro precedenti.

Tutto questo è evidente sin dal primo pezzo, “Monkey”, dove a prevalere sono le chitarre dal suono wave, gli improvvisi eccessi della batteria e l’incalzare minaccioso delle percussioni. Un inizio che suona come una sorta di assalto improvviso che prosegue nei pezzi successivi, dove il richiamo a grandi nomi, da Roger Waters ai Depeche Mode, risulta abbastanza evidente.

Quasi completamente abbandonato il liturgismo che aveva contrassegnato “Trust”, “The Great Destroyer” sembra animato da un’inaspettata vitalità eppure non sorprende  ritrovare  tutti quegli elementi che hanno sempre contrassegnato tutti i dischi della band; chitarre, riff d’organetto piacevolmente mescolati a suoni country-rock e ad assoli rumorosi.

“The Great Destroyer” è comunque un album di svolta, o forse meglio di evoluzione, della band da sempre catalogata nel panorama slow-core e che forse con questo lavoro dimostra di avere molto di più da dire, oltre che di essere una delle formazioni più significative della scena alternativa americana.

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