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Lou Reed – Transformer

Lou Reed - TransformerLa storia della musica interpreta “Transformer” come l’album definitivo, il titolo emblematico, il classicone, il disco iconico, di Lou Reed. Partire da questa premessa ci porta però del tutto fuori strada. Chi sul serio conosce la discografia del cantante dei Velvet potrebbe addirittura affermare il contrario, giudicando il disco “londinese” come un’anomalia, un’uscita compromettente e fuori tema, lontana dalla produzione tipicamente reediana, dalla poetica maledetta e oscura costantemente inseguita in contesto pop rock, folk e avanguardistico, prima e dopo il 1972. Non che Reed smetta in quell’anno, il ’72 appunto, e con quel disco di essere Reed. I temi e le melodie delle canzoni ricalcano motivi cari al musicista americano: decadenza, tradizione elettrificata, malinconia, sadomasochismo, eroina, tradimenti, resoconto giornalistico del grottesco sistema sociale newyorkese, siparietti con travestiti, amore ambiguo e tutto il resto (che è ancora, anche a New York, anche a Londra, noia). La discriminante è negli arrangiamenti, nella produzione e nella gestione dell’ispirazione. Con “Transformer” Lou Reed riesce per la prima volta, forse l’unica, a sintetizzare, senza l’espediente del chiasmo, dell’ossimoro e dell’iperbole, le contraddizioni del proprio bagaglio artistico, le frizioni tra il suo lato pop e quello più provocatorio e abrasivo, consegnando all’ascoltatore singoli e brani autosufficienti e finemente strutturati.

La storia la conosciamo tutti, ma la ripetiamo perché è emozionante anche trattarla con superficialità. I Velvet Underground scoppiano per dissidi interni, scarso ritorno economico e velleità irrealizzabili. Il primo disco solista omonimo di Reed è un disastro sia in termini di vendite che di spessore artistico. Tra i pochi estimatori del cantante c’è però David Bowie, giovane star inglese che sta conquistando il mondo con il suo pop rock lascivo e decadente, ispirato al boogie di Bolan, al simbolismo francese e, in particolare, proprio ai lavori dei Velvet Underground e degli Stooges. Bowie propone a Reed di trasferirsi a Londra per provarci ancora. Sei libero di esprimere tutto il tuo mondo, gli promette con un largo sorriso sporco di rossetto nero… L’unico veto riguarda appunto la produzione e il marketing. Due aspetti che Bowie vuole curare in prima persona, con l’aiuto del gemello artistico Mick Ronson, il chitarrista degli Spiders from Mars. Lou, che come unica alternativa ha quella di tornare a lavorare nella tipografia del padre, accetta e si lascia educare al verbo del glam. All’eroina viene temporaneamente sostituita la cocaina, il nichilismo si tinge di provocazione sessuale ed esistenzialismo individualista, il folk maledetto incontra chitarre acide ma non troppo, tube, sax e partiture da rock europeo, i rumori diventano polvere di stelle, la deviazione erotica viene trasfigurata in etereo spirito androgino, il sangue scompare in favore dei lustrini e il languore prova a comunicare se stesso con più ironia e levità.

Per comprendere il senso del lavoro svolto da Bowie e il suo chitarrista Ronson su “Transformer” basta ascoltare le demo voce e chitarra registrate da Reed a New York e le versioni live coeve di alcuni brani (“Andy’s Chest” e “Satellite of Love” erano brani suonati in concerto dai Velvet Underground già a partire del 1970) e paragonarle ai pezzi conclusi, alle opere uscite dalla cura inglese. L’evoluzione è sconcertante e produttivamente geniale… Le bozze, così fragili, armonicamente elementari e ritmicamente fuori fase di Reed sono rivoluzionate e riqualificate in senso pop. I chiaroscuri donano nuova profondità, il cerone in copertina evidenzia la carica e la mostruosità dell’esperimento.

La registrazione, avvenuta presso i Trident Studios, sala amata da Bowie per il suono cupo e sinistro, viene gestita con metodi da caserma. Bowie e Ronson mettono sotto Reed, gli impongono sforzi vocali inconcepibili e gli sequestrano la vodka. Oltre a Ronson alla chitarra e al piano, John Halsey alla basseria e il basso dell’ex T Rex Herbie Flowers, Reed viene accompagnato dai cori delle Thunderthighs (un trio vocale che Bowie aveva già provato con i Mott the Hoople) e Ronnie Ross, l’insegnante di sax di Bowie.

Per prima cosa si lavora sui pezzi potenzialmente più forti: “Satellite of Love” e “Walking on the Wild Side”. In “Satellite” Bowie cambia leggermente la melodia, interviene ai cori per alzare il tono e creare contrasti armonici, rallenta il ritmo e chiede a Lou di caricare la voce di tristezza. L’effetto finale è funzionale e allo stesso tempo anomalo. Il brano sfiora armonie e suoni positivi per poi gettarsi su atmosfere dichiaratamente malinconiche. In “Walking on the Wild Side” Reed racconta il degrado sessuale della New York di fine anni ’60, chiamando in causa amici, amiche, conoscenti, prostitute, trasgender e pervertiti. Gente della Factory, attori, modelle, tossici e personaggi rubati alla letteratura americana. Flowers registra prima un giro armonico con un doppio basso, poi sovraincide una parte con un fretless. Ronson introduce effetti echo e dona ampiezza alla voce del cantante. Il sax finale di Ross, inizialmente osteggiato da Reed, trasforma il brano in un numero da cabaret jazz.

Lou Reed e David BowieUn’altra rivoluzione è compiuta sulla ballata “Perfect Day”, un’ode triste all’eroina. Qui l’arrangiamento, in principio chitarristico, viene trasposto su pianoforte e la parte melodica di Reed viene abbassata rispetto agli archi e agli accordi della base. La nuova decadentissima veste vittoriana cambia il tono di “Perfect Day” virando con decisione sul tragico- elegiaco.

Riguardo a “Vicious”, l’episodio elettrico e velvetiano, che apre il disco, Reed racconta che il testo fu ispirato da Andy Warhol. Andy chide a Lou di scrivere un pezzo su un vizioso. “Che tipo di vizioso?”, domanda Reed incuriosito. “Di quelli che ti picchiano con un fiore”, risponde il genio della Pop Art. E così vengono fuori i primi versi del brano: “Vicious, you hit me with a flower. You do it every hour. Oh, baby you’re so vicious Vicious…”

Bowie conta molto anche per il rinnovamento di “Good Night Ladies”, un brano elegante, malinconico e divertito, a metà tra gioco vaudeville e funeral jazz. Stesso discorso più o meno per l’alone tutto inglese di “New York Telephone Conversation”. Qualcuno poi affarma ancora che “Wagon Wheel” è stata scritta interamente da David Bowie. Gli interessati hanno sempre negato, ma l’impronta è forte e inequivocabile.

Dopo l’uscita del disco Bowie e Reed litigano furiosamente. Nell’autunno del 1973 si mandano platealmente al diavolo alla fine di un concerto di Iggy Pop, poi nel 1980 rompono definitivamente venendo alle mani in un ristorante, e non parlano più per anni. E così “Transformer” rimane un documento unico e irripetibile di una particolare congiunzione. Due eroi del rock. Due geni della provocazione. Uniti per un album immortale. Dischi così, prodotti e suonati da gente così, escono una volta ogni cinquant’anni.

 

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