Joy Division – Unknown Pleasures
Come si fa a recensire un album che non è stato soltanto il capolavoro di una band ma l’origine di un intero genere? Un compito difficile, complicato che non si può assolvere con le sole parole che risultano sempre o troppe o troppo poche.
Questo è proprio il caso di “Unknown Pleasure” (1979), primo album “ufficiale” che consacrerà la stella “cadente” degli Joy Division insieme a “Closer” (1980) e ad una decina di concerti in appena due anni di carriera. Viene, a questo punto, da chiedersi come hanno fatto quattro ragazzi poco più che ventenni a lasciare un segno indelebile nella storia della musica in un arco temporale così ridotto. La spiegazione è semplice e viene dal fatto che gli Joy Division furono, e probabilmente ancora sono, un vero e proprio punto di rottura con tutto, portatori di un suono che non ammette mezze misure, ma che si può solo amare o disprezzare.
Sarà stata proprio l’intransigenza insita nella musica degli Joy Division ad avergli permesso di magnetizzare negli anni centinaia di adepti che hanno guardato a “Unknown Pleasure” e a “Closer” come a due “bibbie” di quello che poi sarebbe stato battezzato il genere dark. Si, perché se la musica degli Joy Division può a ragione essere considerata come la parabola della vita del suo leader, Ian Curtis, è altrettanto innegabile che quel dramma personale viene trasceso, superato, per darsi corpo e trasformarsi in tragedia umana, in un messaggio di pura disperazione nel quale a vincere è solo un senso di profondo abbandono. Proprio per questa ragione la musica degli Joy Division è a senso unico, pericolosa, dotata di una capacità espressiva “malata”, nella quale la crudezza del suono si fonde in maniera perfetta con aneliti decadenti e venature oscure che rendono l’avanzare del ritmo rallentato, spesso frenato fino alla paranoia.
“Unknown Pleasure” è il risultato dell’incontro degli Joy Division con il produttore Martin Hannett, che dà al gruppo quella solidità momentanea, quegli sprazzi di equilibrio, che permettono la registrazione del disco presso gli Strawberry Studios di Stockport nel 1979. Al suo apparire l’impatto fu “devastante” anche grazie al contributo del grafico del gruppo, Peter Faville, che ideò una delle copertine più enigmatiche della storia del rock, perfetta sintesi non solo del contenuto dell’album ma anche della tragica deriva umana che ben presto il gruppo, e soprattutto il suo leader, avrebbero dovuto affrontare.
I dieci brani che compongono il disco descrivono perfettamente questa parabola che non si sarebbe compiuta con questo album ma solo con il successivo, “Closer”, che letto in parallelo con il primo guadagna a ragione il titolo di testamento personale di Curtis. L’atmosfera che si respirerà per tutto l’ascolto si comprende subito con il pezzo di apertura, “Disorder”, grazie ai suoi ritmi vertiginosi e nevrotici, che si placano in un universo di estrema desolazione nella successiva “Day of the Lords”. Per questa via si giunge a “New Dawn Fades”, dove Curtis esplora senza veli o ritegno gli abissi più desolati del vivere umano, per poi lasciare esplodere i riff di basso e batteria in “She’s Lost Control”. La rabbia e la tendenza a un suono totalmente distorto crescono in “Shadowplay” che scivola in “Wildrness” per poi irrompere nel penultimo pezzo, “Interzone”.
La chiusura del disco è affidata a “I Remember Nothing”, un pezzo lento lungo sei minuti che con la sua cupezza insostenibile chiude perfettamente il cerchio.












































