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Jimi Hendrix – Valleys of Neptune

Chissà quante altre meraviglie avrebbe potuto ancora regalarci Jimi Hendrix se il destino non lo avesse portato via. Quel destino, fatto di droghe ed eccessi, che nel settembre del 1970 segnò uno dei momenti più tristi della storia del rock.

Eppure sono bastati tre anni e tre album (“Are You Experienced?”, “Axis: Bold As Love” e “Electric Ladyland”) per rendere Hendrix un chitarrista e un autore immortale. Eterno e irripetibile, come le sue canzoni, i suoi album e le sue esibizioni dal vivo. Un unicuum fortemente legato alla straordinaria tradizione della rivoluzione elettrica e allo stesso tempo fuori da ogni contesto e schema di riferimento limitante.

Mi chiedo spesso come sarebbe stato il suo quarto album, con quale spirito avrebbe suonato dopo la fine dei sogni psichedelici dell’estate dell’amore e come avrebbe vissuto l’avvento del punk, o della new wave… Tante domande a cui non potrò dare una risposta. L’unica certezza è che nessuno meglio di Hendrix ha saputo incarnare ciò che è stato il rock negli anni ’60: rivoluzionario, visionario, spontaneo e caotico al tempo stesso. Hendrix prese il blues e lo trasportò nel futuro, aprendosi alla psichedelia e al gesto rivoltoso e affascinante della distorsione.

Ed è proprio in questo futuro (2010) che viene pubblicato il suo “nuovo album”, “Valleys of Neptune”, una raccolta di brani, alcuni già famosi e altri inediti, tutti registrati fra il 1969 e il 1970, nel Record Plant di New York e agli Olympic Studios di Londra.

Alcuni brani come “Stone Free”, “Fire” e “Red House”, già conosciuti dal grande pubblico, rivivono oggi, dopo quarant’anni, con nuovi colori e nuove sfumature: sembra quasi che Hendrix volesse sperimentare dinamiche hard-rock o più in sintonia con le novità dure e spavalde della musica inglese (Led Zeppelin, Deep Purple, Uriah Heep e Black Sabbath) e che intendesse, quindi, rivestire (probabilmente in ottica live) alcuni suoi vecchi pezzi di una nuova pelle, maggiormente epica e monumentale. Altri, invece, sono brani inediti, forse scartati perché ritenuti non all’altezza o non compiuti, eppure senza dubbio in grado di emozionare senza riserve. Si tratta del rovente blues dal solo acido intitolato “Ships Passing Through the Night”, registrato nell’ultimissima session della Experience originale, del 14 aprile 1969, e delle due jam strumentali “Lullaby for Summer” e “Crying Blue Rain”. La title-track, invece, è qui proposta per la prima volta in versione definitiva. Si tratta di un brano semi-inedito, registrato nel settembre 1969 e nel maggio 1970. Un estratto di un demo di questa canzone di Hendrix con la sola presenza di Mitchell alla batteria e del percussionista Juma Sultan era stato incluso nell’album “Lifelines”, pubblicato dalla Reprise/Polydor e rimasto pochissimo sul mercato. Simile la sorte di “Hear My Train A Comin’”, qui proposta in versione elettrica e con band al completo. Il brano appare quindi completamente diverso dalla famosa versione eseguita con la chitarra acustica a dodici corde apparsa nel documentario del 1973 “Jimi Hendrix” e nel relativo album “Jimi Hendrix: Blues”. C’è poi spazio per le cover, come il classico blues “Bleeding Heart” di Elmore James e “Sunshine of Your Love” dei Cream (un brano che Hendrix amava suonare nei suoi concerti), che rivive in una versione strumentale, dilatata e ipnotica.

Si è parlato di speculazione commerciale e di minestra riscaldata, ma dinanzi ad album del genere è impossibile storcere il naso: ogni nota suonata da Hendrix è oro colato e queste registrazioni presentano un grande potenziale creativo e una buona qualità sonora (il mix finale è opera di Eddie Kramer, storico ingegnere del suono di Hendrix), a distanza di anni davvero invidiabili. Diciamolo pure: indispensabili. Il tutto suona potente e coeso, mai banale o inutile. Come se fosse un album vero.

Grazie ancora Jimi!

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