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Interpol – Turn on the Bright Lights

Interpol - Turn On The Bright LightsIl 2002 è l’anno dell’indigestione di post-punk revival. E proprio in questo anno gli Interpol pubblicano, con il supporto di nomi noti quali Pete Katis e Gareth Jones, il loro primo album, un disco che non solo li porterà alla ribalta internazionale, ma che riuscirà anche a trasformare il gruppo nella nuova sensazione del gusto rock alternativo americano: gli interpreti di un ispirato recupero garage-post-punk dei suoni più scuri e tesi degli anni ’70 e ’80.

Preannunciato dall’uscita di un EP omonimo (contenente solo le tracce “PDA”, “NYC” e “Specialist”), “Turn on the Bright Lights” viene accolto dalla critica specializzata e dal pubblico con reale entusiasmo… finalmente qualcosa di nuovo e originale nel marasma stilistico del rock del nuovo millennio, caratterizzato principalmente dalla nostalgia e dal gusto per il riciclo, dal “copia e incolla” di contenuti passati. Certo, anche gli Interpol appaiono come una band derivativa: il loro suono si collega, senza alcun alibi formale, al post-punk di fine anni ’70 e inizio ’80, ma sa anche discostarsi dal trend imposto dal mercato, ossia dallo stile già definito di revisione e riproposizione (quello del garage revival e del già citato post-punk revival, che nonostante il successo commerciale sembrava ormai giunto al capolinea).

E, in effetti, se il disco può riallacciarsi a quanto avevano già detto, fatto o ricliclato in precedenza gli The Strokes con “Is This It?”, per sonorità e contenuti la band di Paul Banks riesce a esprimersi con personalità. A rivisitare, mantenendo la propria identità, un filone musicale ormai abusato, prematuramente logoro. Sì, è innegabile che l’album guardi a nomi illustri del passato, Joy Division e Bauhaus solo per citarne alcuni, ma è altrettanto evidente come questo rivolgersi indietro non debba necessariamente essere interpretato come un “imitare”. È ancora possibile assimilare e reinventare contenuti storici per dare vita a qualcosa di attuale, dove il confronto con il passato sussiste proprio perché si rimane visceralmente attaccati al proprio tempo. Questo, almeno, gli Interpol sembrano averlo capito bene… e per tale motivo “Turn on the Bright Lights” brilla come incontro ideale tra l’indie rock anni ’90 e il post punk dei primi anni ’80, ma anche come un album contemporaneo, completamente calato in una dimensione temporale specifica, di disagio tecnologico e urbano, furia nichilista, nella quale non si fa fatica a riconoscersi.

Dal punto di vista strettamente musicale, “Turn on the Bright Lights” è un disco oscuro e romantico, nel quale Banks & Co. sembrano aver trovato la formula perfetta di personalità che ancora mancava nell’ep e nelle demo. In questo album, infatti, il suono diventa incisivo e compatto, come evidente nei pezzi portanti, su tutti “Obstacle 1” e l’iconica “PDA”, lasciando comunque spazio a una tensione emotiva continua e incessante, sempre pronta a un’esplosione finale.

Speranza e smarrimento, insicurezza e pathos vanno di pari passo con una dimensione decisamente più sognante e coinvolgente, come succede nella ballata “NYC” o in “Hands Away”, per poi lasciare nuovamente il campo a quell’alternanza di toni (ritmi ossessivi con basso dritto, aperture new wave e coloriture smithiane) che è il tratto distintivo di tutto il disco (“Obstacle 2”, “Stella Was a Diver and She Is Always Down”). Gli altri ingredienti fondamentali del lavoro sono la voce avvolgente e particolare di Paul Banks, a proprio agio con i toni bassi e medi, e le chitarre di Kessler e dello stesso Banks, sulle quali si costruiscono tutte le altre stratificazioni di suono.

Insomma, un disco perfetto nel suo genere (vale a dire funzionale per il confronto con il mercato pop, ma sostalzialmente alternativo), equilibrato e ricco di canzoni memorabili. Una prova d’esordio assolutamente positiva per una band che, speriamo, possa ancora dirci molto… o no?

1 comment

  1. Turn on the bright lights

    L’album più significativo per vivere, capire e comprendere gli Anni Zero…

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