Heart – Heart

Heart - HeartNon lasciatevi ingannare dalle apparenze. Non permettete a spalline imbottite e a montagne di capelli cotonati di tenervi lontani da un piccolo gioiello di rock-pop dimenticato. Essere nati negli anni ’80, ricordarne con piacere gli LP, lasciarsi ammaliare da qualcosa legato a quel decennio sfrenatamente edonista, non è una colpa e, a differenza di quanto la critica “ufficiale” ha ripetuto con orgoglio fino a qualche tempo fa (salvo provocatorie o superficiali rivalutazioni parziali), l’equazione “musica anni ’80 = escremento” non è così scontata. Ho sempre odiato quell’abusata formula che puntualmente emerge nelle “dotte” discussioni musicali, un evergreen del chiacchiericcio sulle sette note: “too commercial”, “troppo commerciale”. Una bella melodia resterà sempre tale, anche se ha trovato un grande riscontro di pubblico, pur se appesantita da qualche onnipresente sintetizzatore o mascherata dalla patinata produzione di cui tanto AOR è “portatore infetto” (o “maestro”, a seconda dei punti di vista). Se sdoganamento deve essere, dobbiamo avere il coraggio di portarlo fino in fondo!

Nei primi anni ’80 la popolarità delle sorelle Wilson, Ann (voce) e Nancy (chitarra), aveva subito una certa flessione. Le due belle ragazze, una mora e una bruna, venute dalla West Coast si erano dimostrate incapaci, dopo gli sfavillanti seventies, di stare al passo con il nuovo sound, sempre più “hard”, incarnato dal pop chitarristico e dal rock di quegli anni. Dopo i mezzi flop di “Private Audition” e “Passionworks”, il gruppo passa alla Capitol Records. L’esordio sulla nuova etichetta giunge nel 1985, ed è semplicemente intitolato “Heart”. Sarà un successo straordinario, multiplatino negli USA, e permetterà alla band di avere per la prima volta un LP in cima alle classifiche di Billboard. Anche i singoli estratti venderanno oltre ogni più rosea aspettativa, con “These Dreams” che si arrampicherà addirittura fino al numero 1, nel 1986.

“Heart” è uno spartiacque nella carriera della band. Le influenze “zeppeliniane” degli esordi svaniscono, il sound classicamente rock con venature country che era stato il loro marchio di fabbrica viene spazzato via in favore di un rock energetico, mainstream e senza compromessi. Nonostante questa trasformazione il sound resta comunque inconfondibilmente originale, riconoscibilissimo e inossidabile. Le melodie sono accattivanti, da amore a prima vista, e le liriche restano intime e coinvolgenti, senza per questo scadere in un inutile lirismo, conservando intatta la loro immediatezza.

Ottimo il lavoro chitarristico di Nancy Wilson e soprattutto di Howard Leese, che impreziosisce il tutto con gusto ed equilibrio. La voce di Ann è tagliente come non era da tempo. La cantante è già preda di quei problemi di peso che ne mineranno la carriera, e da cui riuscirà ad emergere solo dopo un lungo e sanguinoso percorso di accettazione. La sua voce, pulita e potente, recupera autenticità e tensione, risultando arrabbiata, malinconica, disperata. Ann è schiacciata dalle logiche di mercato che impongono ad una “frontwoman” di essere snella e desiderabile. La situazione degenererà, anche per il penoso e goffo tentativo del management della band di mascherare il problema. Prova ne sono i “kitchissimi” video del periodo, in cui Ann è ripresa solo in primissimo piano, o in campo lungo coperta da vaporosi e scurissimi vestiti, mentre la sorella, ed il suo corpo più desiderabile e “vendibile” trovano ampio spazio con inquadrature commercialmente “furbe” tese a valorizzarne la sensuale bellezza, complici degli sfavillanti costumi di scena dall’ampia e generosa scollatura. Questa linea promozionale ferisce a morte l’autostima della cantante, soprattutto perchè attuata e pianificata dal manager storico del gruppo, con cui la stessa Ann Wilson ha avuto per anni una lunga e travagliata storia d’amore.

Nonostante le premesse così diverse per entrambe, le due artiste risescono a far fronte comune e a convogliare la negatività e le tensioni del momento in una musica esplosiva, mai così potente e tirata.

Heart - Heart“If Looks That Kill” è un opener eccezionale, secca, da infarto. La tastiera, vera protagonista del rock ottantiano, ben si sposa ad un impasto sonoro compatto e coinvolgente. Un brano dalla rude bellezza, che non perde il confronto con i tanti classici hair metal che affollano le classifiche del periodo. Ma se il primo brano aggancia e cattura lo spettatore, è il trittico che segue a stenderlo e conquistarlo definitivamente. “What About Love”, “Never”, e la già citata “These Dreams” restano fra le canzoni più famose delle sorelle Wilson, e dell’intero decennio.

L’album è una serie continua di piccole gemme pop-rock, ricco di spunti melodici carichi di pathos, un piacevolissimo viaggio fra canzoni che inevitabilmente restano nel cuore. Impossibile depennare qualche brano dalla perfetta tracklist, per questo invito tutti ad ascoltare il disco per intero, dalla prima all’ultima nota. Riservo però una menzione speciale, senza nulla togliere agli altri brani, anche per “Nothin’ At All”, riuscitissimo pop-rock che sembra uscito da un album dei coevi Cars, e per “Nobody Home”, ennesima e struggente ballad del plotter: testo strappalacrime, tastiera semplice ed efficace, il tutto impreziosito da un’interpretazione impeccabile di Ann, incredibilmente espressiva quando si tratta di comunicare malinconia, dolore e, forse, anche una flebile speranza.

“Heart” rimane un gioiello dimenticato, una perla di rara bellezza che non può e non deve andare perduta. Il successo planetario del disco segna anche l’apice delle acarriera per le sorelle Wilson; da qui comincerà per le Heart una lenta ma inesorabile discesa. Sono ancora su piazza però: “Fanatic” è uscito appena l’anno scorso e, nell’aprile del 2013, la band delle due sorelle è stata omaggiata con l’ingresso nella prestigiosa Rock ‘n’ Roll Of Fame. La loro musica, i loro messaggio, le emozioni trasmesse a milioni di fan, restano, nonostante il passare del tempo.

Non è una colpa soffrire per amore, e un cuore spezzato sanguina sempre, ora come trent’anni fa.

Autore dell'articolo: Nicola Califano

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