Forest Swords – Dagger Paths
L’inglese Matthew Barnes, ovvero Forest Swords, autore e responsabile di questo incantato dischetto intitolato “Dagger Paths” (prodotto prima come Ep nel 2010 da Olde English Spelling Bee, poi come CD lungo dalla No Pain In Pop), è uno che ci sa fare. Arrivato al momento giusto, perché vicino alle atmosfere Glo-fi, genere de-genere in cui mischiare hauntologia, rilassatezza chillwave, calma dronica e giretti malinconici di chitarra piena di riverbero.
Il disco suona contemporaneo, vario e misterioso. Elettronico perché strutturato su taglia e cuci, campionamenti, overdubbing, loop ambientali e vocali, ma allo stesso modo umano e narrativo. La musica scivola lenta, contaminando linguaggi psichedelici, folk, dub, sperimentali e, naturalmente, dubstep. Suoni, rumori, frammenti sonori, appaiono e scompaiono con naturalezza, dimostrandosi allo stesso tempo discreti e incisivi. Sembra impossibile, ma non lo è: i particolari sono eterogenei e spesso in contrasto, gli uni contro gli altri armati, ma l’insieme è animato da una continua e molle intensità poetica di riuscito espressionismo. Il manuale di Filosofia di Abbagnano ci spiegava così i modi e gli attributi in Spinoza: il mare è la sostanza; il movimento ondoso che fa muovere il mare sono gli attributi della sostanza; le singole onde sono i modi, che nascono e muoiono, appaiono, scompaiono. Il mare esiste necessariamente anche senza le onde, che sono accidenti che non mutano la sostanza. Presa singolarmente non significa un cazzo l’onda e non cambia il corso marino, ma ne è espressione e parte. E in questo mare ci sono alcune gemme davvero preziose, come la prima traccia, la suggestiva “Miarches”, sostenuta da un basso pieno, graffiato dalle note allucinate di una chitarra trasognante ed esotica. E poi l’onirica cover di Aaliyah “If Your Girl Only Knew”, evocativa e assurda per genesi, senso ed effetti. La spettrale “Visits” richiama l’influenza di Burial, ma è al di là di ogni possibile catalogazione. Stupendo poi il gioco di chitarra in deriva post-rock di “Hoylake Misst”: semplice e ammaliante.
Un mare profondissimo e apparentemente placido di idee dense, cariche di essere, e di non essere. Non guardiamo all’inganno dalle singole onde concrete, guardiamo, se è possibile, alla sostanza, invisibile. Si può fare, perchè, come diceva Hegel, philosophieren ist spinozieren, filosofare è spinozare.
“Se i filosofi vogliono chiamare spettri le cose che ignoriamo, io non avrò nulla in contrario, perché vi è una infinità di cose che mi sono nascoste” (B. Spinoza)
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