David Bowie – All Saints (Collected Instrumentals 1977-1999)

David Bowie - All Saints (Collected Instrumentals 1977-1999)Negli ultimi tempi qui su musicaddiction abbiamo pubblicato qualche news a proposito di nuovi artisti ambient, e così un amico che ha letto la cosa mi ha chiesto con tono malizioso da quanto tempo mi fossi convertito alla musica d’ambiente. Superato l’iniziale imbarazzo, gli ho risposto che non mi è mai piaciuta, e che l’unica ambient che posso sopportare è quella prodotta da artisti non ambient… Per chiarire la questione, anche a me stesso, ho deciso allora di parlare del mio disco preferito catalogabile in questo genere: “All Saint” di David Bowie, che in realtà non è proprio un disco ma una compilation del 2001, uscita come versione estesa di un bootleg stampato in edizione limitatissima da Bowie nel 1993 come regalo di Natale per pochi amici fortunati. La ristampa successiva, quella di cui tratteremo, limitata nei brani e prodotta a livello commerciale dalla Virgin, contiene sedici tracce strumentali o semi-strumentali, per la maggior parte pezzi storici, ma anche outtake e b-side, che vanno da “Low” a “Hours…”.

Il primo brano in scaletta è “A New Career in a New Town”, tratto da “Low” (1977), con Eno a dominare l’apparato di sintetizzatori, Dannis Davis a percuotere pad elettronici e Bowie a soffiare malinconicamente in un’armonica filtrata da echo. Il pezzo, già famoso tra tutti i fan del Duca Bianco, è una sorta di manifesto sentimentale del gusto “europeo” e new wave-ambient inaugurato con gli anni berlinesi. Un esercizio di pop-elettronico sommesso, tendente alla musica da camera contemporanea, di grande eleganza e incisività, in cui struttura e finalità si fondono e si rafforzano fino a rivelarsi in un’insieme etereo di impressioni sfumate. Suoni d’ambiente, per citare il compare Eno, che si susseguono e si coordinano, paratatticamente, lontano da sistemi razionalmente o ritmicamente complessi, alla maniera, appunto, degli impressionisti. La seconda traccia è “V-2 Schneider”, una piece tratta da “Heroes” e dedicata al Kraftwerk Florian Schneider (in quel periodo Bowie andava matto per “Autoban” e dichiarava a ogni occasione che i Kraftwerk erano il suo gruppo preferito, contribuendo così allo sdoganamento della electro band tedesca) e al missile nazista conosciuto come V-2 rocket. Il movimento procede attraverso un flanger spaziale, un basso funk in down-tempo, un sax distorto e vari filtri vocali. Suoni gestiti con freddezza teutonica e stile alieno, e con il solito effetto drammatico bowiano, armonizzando così l’ideale robotico con un senso di decadenza umano, troppo umano. “Abdulmajid”, scritta da Bowie ed Eno, sempre nel 1977, è un buon esercizio di classica elettronica sfumata, tra kraut, estetica Can e prog rock canterburiano: tre note di mellotron religioso si inabissano tra effetti ritmici ovattati e processati in netto anticipo sui tempi, secondo il gusto minimalista di Eno e il sinfonismo rock di Visconti. Nessun mistero: questo tipo di sound ispirerà tutta la musica (questo il suo peccato principare) neo-romantica a venire, la soft house e certo easy jazz psichedelico da club turistico, e anche le recenti derive dubstep dei produttori più inclini all’ambient devono molto a queste musiche. Il titolo del pezzo, poi ripreso anche dal maestro Philip Glass, dovrebbe essere un tributo alla somala Iman, la super top-model che David sposerà nel 2002 (Abdulmaijid è il suo bel cognome da signorina). Una composizione d’amore, insomma.

Si prosegue con un altro episodio edito di grande lungimiranza artistica, l’esperimento minimal ambient intitolato “Wedding Wall” (sempre da “Low”). Arriva poi il turno del gioiello della compilation: “All Saints”, il pezzo giustamente più conosciuto tra i b-side delle session di “Low”, con frammenti di riff distorti, linee funky di basso e sperimentazioni elettroniche e sintetiche votate alla poetica della staticità. Anche questa outtake, venuta fuori dal solito periodo berlinese e scritta a quattro mani con Eno, ha molto a che fare con il kraut rock, e pare infatti di ascoltare un’ideale jam dark-ambientale tra Neu!, Throbbing Gristle e Tangerine Dreams.

“Crystal Japan” fu originariamente pubblicato solo in Giappone nel 1980. Il brano era stato scritto l’anno prima per una pubblicità di una marca di sake e pare un’operetta futuristica tra Ligeti e Strauss, tutta alimentata da droni, synth oscuri, suoni simil-orientali, elementi new-age e aperture para-industial (senza arrossire, né sorridere, bisogna ammettere che Bowie ha dato il suo anche per la teorizzazione della vaporwave…). Il sapore etnico-orientale, che saccheggia vicino e lontano Oriente, contrade indiane e australi, viene conservato e articolato in “Brillant Adventure” (contenuto in “Hours…” del 1999 e scritto con Peter Gabriel). Con “Sense of Doubt” si ritorna al periodo “Heroes” e ci si immerge in un’atmosfera oscura, depressiva, fumosa e minimale, in cui le aperture dei sintetizzatori e le tetre note di pianoforte vengono appesantite e filtrate dal mixer da Eno. Il brano è abbastanza famoso anche perché inserito nella colonna sonora di Christiane F e merita una riconsiderazione critica quale capitolo fondamentale dell’evoluzione del suono pop tra gli anni ’70 e ’80. Dopo questa traccia, vengono inseriti gli altri due strumentali dell’album degli eroi, “Moss Garden” (con i caratteristici suoni di banjo e koto, una specie di arpa giapponese) e “Neuköln” (pura trascendenza pop, con l’esplosivo solo di sassofono). L’ambient romantico di “The Mysteries” è estrapolato dal controverso “The Buddha of Suburbia” del 1993, ancora con Eno al mixer. Il discorso paraelettronico, cosmico e nebuloso dei misteri prosegue attraverso “Ian Fish UK Heir”, il cui titolo dovrebbe essere l’anagramma di Hanif Kureishi, lo sceneggiatore di Buddha of Suburbia. Chiudono il disco altri vaporosi strumentali contenuti in “Low”: “Subterraneans”, “Warszawa” (firmata con Eno) e “Some Are” (ossia la tanto mitizzata canzone haiku, qui riproposta nella versione sinfonica del 1993 diretta dal compositore contemporaneo americano Philip Glass.

Il fatto che tutti questi brani di periodo e ispirazione differente stiano così bene insieme, l’uno dopo l’altro, e che riescano a rivelare un’estetica, dipende dal fatto che Bowie ha intuito e percorso una via personale al genere ambient. Con ricerca e lungimiranza. Suonano tutti moderni, o meglio al di là del tempo. Al di là di ogni genere. E per tornare al genere… questo qui è il mio disco ambient preferito. Dovevo dirlo anche a voi, oltre che a me stesso.

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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