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Daniele Silvestri – Il Dado

ildadoUna delle caratteristiche cruciali dell’espressività culturale italiana, in qualsiasi contesto la si voglia declinare, è la mediazione. Non ci sbilanciamo, smussiamo gli angoli e ci preoccupiamo di non esagerare, un po’ per pigrizia e un po’ per calcolo. Ciononostante si continua a dar credito a quel luogo comune che ci descrive come un popolo estremo, incapace di limiti e buon gusto. In realtà sono proprio i limiti (geografici, strutturali, storici, mentali e volitivi) a spingergi inesorabilmente al compromesso, alla riduzione grottesca e all’infiacchimento delle prospettive: siamo tradizionalmente abituati a confrontarci con il relativismo e l’impossibilità di concepire o raggiungere istanze assolute, per questo evitiamo in partenza ogni idealismo e la pura intransigenza, forse per scartare più che probabili delusioni e non affrontare faticosi attriti con la contingenza.

In ambito rock, per esempio, l’Italia non ha mai conosciuto autentiche espressioni di alternativa o fenomeni produttivamente validi e di successo. Fin dai tempi del rock progressivo gli artisti si sono volontariamente autocensurati e contenuti, per inserirsi in un filone delimitato, dunque mediato da un filtro di sistemazione culturale, incontrando le attese del pubblico mainstream o del sottobosco indipendente (ricordando che l’indipendenza italiana profuma, dai tempi di Foscolo, di acqua di rose e di vigliaccheria), a seconda della situazione e delle esigenze specifiche. I casi trasversali, quelli che testimoniano gesti di rottura o di reale sperimentazione creativa, sono rari e spesso prodotti da fraintendimenti emermeneutici. Eccezioni che appaiono legate all’inconcludenza, all’approssimazione o, nella migliore delle ipotesi, a una lacerante indecisione formale degli autori.

La storia de “Il Dado” di Daniele Silvestri è quella di un disco scisso tra volontà di sperimentazione e istinto di conciliazione pop. L’artista, un cantautore romano in tutto e per tutto figlio della scena pop capitolina, fa il suo esordio nel mercato discografico presentandosi nel 2004 a Sanremo Giovani e aggiudicandosi il Premio Tenco per il suo primo disco senza titolo. L’anno dopo è di nuovo a Sanremo con “L’Uomo col Megafono”, testo di protesta ben accordato a una ballata moralistica popolare dal tenore vagamente folk. Sempre lo stesso anno finisce nella classifica dei singoli più venduti con la filastrocca “Le Cose Che Abbiamo in Comune”… Ciò che si prospetta, a questo punto, per Silvestri è una classica carriera da cantautore pop sanremese: un destino di pezzi impegnati ma non troppo per accontentare le basse e prevedibili pretese della critica e canzoncine orecchiabili e sentimentali per vendere dischi durante l’estate.

All’estero, sono gli anni del successo commerciale del grunge e del nuovo rock alternativo americano, del britpop e delle prime sperimentazioni elettroniche intelligenti. Silvestri si lascia ammaliare da alcuni di questi suoni, dalle chitarre spesse e distorte che corrompono il collage rock, dalla commistione di pop e grunge attuata dai Radiohead di “Pablo Honey” e dalle soluzioni post-folk di Beck (che contamina hip hop, elettronica e rock nel suo bestseller “Mellow Gold” del 1994), e registra, per lo più a Dublino (e poi a casa, da solo) accompagnato da una band di sodali con i quali è solito suonare dal vivo o con cui è cresciuto musicalmente (tra cui il bassista Max Gazzè), un doppio album concettualmente e strutturalmente poliedrico, vale a dire dalle molte facce e legato all’ideale della pseudocasualità dei sentimenti e delle intenzioni. Quasi una poetica, attraverso cui far convivere e reagire tutte le ispirazioni, anche contraddittorie, che solleticano la curiosità del cantautore.

Lo scheletro compositivo è l’eredità di una colonna sonora firmata per il film Cuori al Verde di Giuseppe Piccioni: qualche strumentale (“Tempo 1”, “Tempo 2”. “Tempo 3” e “Tempo 4”, per chitarra, percussioni, piano e fisarmonica) e un brano sghembo, con liriche in francese, inglese e italiano (“Ferrament”), in cui si intuiscono quegli elementi di rottura sperimentale e quell’ironia compositiva che caratterizzeranno l’umore estetico del doppio disco in questione. Il polilinguismo è inseguito in diverse tracce dell’album, dal primo singolo estratto (“Hold Me”, giro di do, con delicata melodia in falsetto cantata in inglese, che esplode nel ritornello sentimentalmente struggente, mezzo gridato in italiano e contrappuntato da distorsioni medie, alla maniera di “Anyone Can Play Guitar” dei Radiohead) alla fumosa e lo-fi “Ma Ville qui Meurt”. Silvestri appare cosciente e al tempo stesso insoddisfatto del limite pop-rock e dell’impero della mezza misura in cui si è andato a infilare per avere voce nel mercato italiano. Continua a servirsene, ma con atteggiamento critico e insofferente, cercando di alternare brani chiaramente pop (il folk scanzonato ma dal retrogusto psichedelico di “Samantha”, passando per la ballata romantica e malinconica “Strade di Francia”, la marcetta contiana intitolata “Banalità” e la gag hip-hop-fusion di “Pino”) a ispirati tentativi di riproposizione originale di stilemi britpop, alternative rock o più o meno consapevolmente shoegaze (“Seguimi”, “Cohiba”, “Un Giorno Lontano”, “Via col Vento”, “Il Dado”, “Lasciami Andare” e “Aiutami”). In mezzo stanno i numeri autoriali, le solite ballate impegnate (“La Bomba”, brano sulle stragi mafiose), le commistioni electro-pop (“Intro”, “Sogno-B”, “Ready”) e i brani ritmati (“Me Fece Mele a Chepa”).

Nonostante il minutaggio, la varietà di stili e la disomogeneità degli arrangiamenti, il disco doppio (dalla copertina tridimensionale, che si monta come un dado) di Silvestri riesce a conservare una freschezza espressiva e una qualità artistica sopra la media, suonando in più punti ficcante e appassionato. Certo il rock di Silvesti non è rock al cento per cento, la sperimentale si ferma sempre a un certo punto, così come la contaminazione e la letterarietà dei testi risultano frenate da un istinto popolare (e populista) in certi frangenti sin troppo ammiccante, ma l’ispirazione è innegabile, così quanto l’originalità di un prodotto musicale spudoratamente sui generis e coraggioso. Almeno all’interno del timido e problematico mercato pop italiano.

Ma non mi piace pensare a “Il Dado” come a un lavoro di liberazione e provocazione. Preferisco immaginarmelo come un esperimento coscientemente pop, proiettato al di là del noto e dell’immediata convenienza, capace di prendere spunto da quanto di eccitante stava succedendo al di là delle Alpi, di farlo proprio e di reinventarlo secondo un’avveduta sensibilità autoriale. Un album vero e proprio, con una storia, un pensiero e un’anima, e per questo gravido di contraddizioni, intervallato da passi falsi e fulgide e imprevedibili illuminazioni. Anche se il disco pare pragrammaticamente piegato all’ideale di sorte e di gioco e se in molte occasioni l’approccio ludico domina composizione e registrazione, questo è un lavoro da prendere con serietà. Perché è uno dei pochi lavori pop-rock usciti in Italia a esprimersi con sincerità e creatività oltre la conformità del genere imposto dalle classifiche.

hold me quietly any word is vain
sembra già perfetto and you don’t need to explain
tomorrow is so far but tonight is true
non capisco baby, non ti seguo più…

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