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Cabaret Voltaire – Red Mecca

Cabaret Voltaire - Red MeccaSpaventoso, abrasivo, tetro. Malato, greve, malvagio. Apocalittico, prima di ogni moda distopica… “Red Mecca” è per molti il disco più importante dei Cabaret Voltaire, l’album che fonde le velleità pseudo-dance con la distorsione concettuale e poetica del post-punk. L’album uscì nel 1981, dopo l’ep “Crepuscule Tracks”, primo tentativo di convogliare il furore avanguardistico in coordinate ritmiche più riconoscibili e interpretabili. Secondo un’altra scuola di pensiero, il capolavoro del gruppo inglese è l’esordio del 1978, quel “Mix-Up” che già nel nome sintetizzava la geniale artigianalità dei componenti nel tagliare, modulare, alterare e ricombinare suoni e percussioni attraverso nastri, apparecchi analogici e tastiere, secondo metodi allora all’avanguardia per la scuola elettronica.

Il duo composto da Christopher R. Watson (manipolazione dei nastri, tastiere, organo, synth), Stephen Malinder (basso, tastiere e voce) e Richard H. Kirk (chitarra, tastiere e fiati) era da sempre stato ispirato dal kraut rock, dal free jazz e non aveva mai disdegnato traguardi commerciali, contemporanei, squisitamente popolari. Il risultato delle loro registrazioni e dei loro live, però, non si era mai avvicinato neppure di sfuggita a ciò che il pubblico comune potrebbe consumare o ascoltare per distendersi o divertirsi (anche se qualche singolo, a inizio carriera, arrivò in classifica). Per questo la musica del duo di Shaffield, in vent’anni di storia (dal 1974 al 1994), ha sempre faticato a trovare spazio nel mercato. Ci vollero quattro o cinque anni prima che la Rough Trade pubblicasse un loro disco… D’altra parte i Cabaret Voltaire non volevano assolutamente essere relegati in ambito sperimentale. La loro era musica trattata, claustrofobica, nociva, disturbata, ma solo in partenza: il fine era popolare, o meglio, proletario. Volevano far ballare, lanciare messaggi alle masse. Erano insomma un gruppo sperimentale solo dal lato metodologico. La loro estetica puntava altrove, verso lidi funk-rock, spaziali e, come già detto, pop. E gli anni ’80, si sa, erano gli anni della dance. Così Watson e Kirk cercarono insistentemente di animare e ritmare la materia sonora industriale e alientante che aveva caratterizzato le loro prime prove discografiche secondo schemi più tollerabili e intelligibili.

“Red Mecca” è una sorta di concept sull’Islam (argomento già toccato nell’ep “Three Mantras”), che anticipa di almeno vent’anni le dinamiche mediatiche delle primavere arabe e la tensione del fondamentalismo nel Medio Oriente. La musica è concepita come una colonna sonora e va infatti a devastare il tema di Mancini per il film del 1958 di Orson Weller L’Infernale Quinal (il titolo originale è “Touch of Evil”).

L’intro del disco è proprio intitolata “Touch of Evil” ed è una grottesca ripresa dello score del film. Un brano dissonante, dominato da percussioni marziali che spezzano il legame con la new-wave per proiettarsi in territorio marcatamente industrial, sospiri spiritati, synth morbondi… Un perfetto prologo per il viaggio catacombale nel buco nero dell’anima del mondo. In “Sly Doubt” il basso intraprende una partitura funky e danzabile pur rimanendo sgraziato e gelido, la tastiera inventa note ingenue che si avviluppano sul beat monotono di batteria, mentre la chitarra si scioglie sotto effetti d’antrace. “Landslide” è una cavalcata sintetica strumentale tra il synth pop e la musica cosmica. In “A Thousand Ways” le tastiere producono suoni dell’orrore, basso e ritmica martellano in sottofondo con andamento ubriaco, la voce declama guerrafondaia e impazzita, la chitarra va da tutt’altra parte perdendosi in un mare di feedback. “Red Mask” è uno space punk-rock elettronico che anticipa tutto il post-punk deviato a venire. Ecco l’industrial, il vero industrial, prima delle degenerazioni e dei fraintendimenti che porteranno il genere alla confusione. Ancora la chitarra in wah confonde l’armonia e apre squarci di tempo al di là dal tempo. “Split Second Feelings” si apre con rimbalzi elettronici e il giro di chitarra modernissimo che sa già di post-rock… In “Black Mask” la psichedelia si fa occulta, arabeggiante, rovinata. La lentezza e la pesantezza diventano fattori di ipnosi nonostante la band cerchi ancora di creare un brano più o meno “ordinario”, con un basso liquido, la batteria sintetizzata che tira dritta scartando effetti ed effettini che spuntano come funghi a ogni angolo. “Spread the Virus” è un esperimento di soul elettronico, tagliato e cucito, con grande estro. Il finale “A Touch of Evil II” riprende e sviluppa in scemando l’umore nero dell’intro…

Un disco a suo modo semplice, diretto, lontano dalla sperimentazione e dalle follie produttive degli esordi, che cerca comunque l’impossibile… di suonare positivo e ballabile portando nel cuore la noia, l’insofferenza, la malvagità, il terrore per un futuro che poi si è dimostrato proprio uguale a quanto paventato…

1 comment

  1. fabrizio

    questo non si puo chiamare album storico. E’ un album minore di genere minore e anche poco curato rispetto ai tantissimi capolavori della electro newwave di quegli anni

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