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Burt Bacharach – Make It Easy on Yourself

Burt BacharachAl di là dell’easy listening e oltre l’estetismo, “Make It Easy on Yourself” del 1969 rappresenta probabilmente l’apice compositivo del pianista Burt Bacharach. Un miracolo di grazia pop e sofisticazione R&B. Il segreto, la ragione che rende questo disco così prezioso, sta nell’architettura degli arrangiamenti, che accarezzano, sostengono e impreziosiscono la melodia.

I pattern ritmici, le progressioni armoniche, l’abbinamento e il contrasto delle frasi, la dolcezza delle modulazioni, il registro dei volumi, lo stacco imprevisto… tutto è orchestrato secondo un metodo intelligente e in qualche modo sperimentale. Il musicista, affiancato dal paroliere Hal David e da Bob Hilliard (co-autore di “Any Day Now”), costruisce undici brani leggeri di grande eleganza dove un suadente ideale soul cerca di trascendere i limiti ritmici e tonali del genere per dialogare con le intuizioni produttive del wall of sound, del jazz e del baroque pop. Il successo musical “Promises, Promises” vive appunto di un delicatissimo incastro di tempi e metri dispari. Qualcosa di fondamentalmente inedito a livello pop. È come se Bucharach riuscisse a semplificare e ammorbidire le ragioni più intuitive del jazz in una nuova declinazione estetica rilassata e comunque ricca di sfumature nascoste. Nella suadente “I’ll Never Fall in Love Again” (cantata naturalmente da Dionne Warwick) sono le pause e l’aria soul a creare l’atmosfera: un rimpianto che esprime il proprio dolore nel filtro dell’impressione favolistica od operistica, per distanziarsi dalla tracotanza dei sentimenti negativi e conservare solo il fascino e la passione della sofferenza amorosa. In “Knowing When to Leave” splende tutto il consumato professionismo formale del compositore, a suo agio in una callida sintesi di melodramma, pop barocco e smooth. Più avanti, a catturare l’attenzione sono l’orchestrazione organistica della celebre “Any Day Now” e il lounge jazzato e sensuale di “Whoever You Are, I Love You”. Due versioni in cui Bacharach mostra grande versatilità e capacità di equilibrio. La title-track, dove il compositore sintetizza il disegno generale e poetico dell’album donando un nuovo arrangiamento orchestrale più minimale alla hit del 1962, appare malinconica e crooneristica, aprendosi al pop moderno con una melodia dolce e infinita, qui agita con la solita enfasi trattenuta e tocchi di lieve impressionismo formale. L’episodio più riuscito è però il numero di adult contemporary atmosferico intitolato “Do You Know the Way to San Jose?”, che forse inconsapevolmente diventa uno dei brani simbolo del nuovo movimento exotico.

L’intelligenza produttiva e il tecnicismo estetico tornano a dominare l’apparente linearità esecutiva nella scrittura dello strumentale “Pacific Coast Highway”, un brano impreziosito dalle amabili modulazioni pop-jazz e da un vago sapore ellinghtoniano. Un piccolo compendio autoreferenziale, in cui riconoscere i vezzi e i crismi dell’artista: i cambi di tempo, le pause, le fioriture sensuali, gli innesti soul, la visionarietà e il potere narrativo dei suoni, e ancora… i chiasmi armonici e i sospesi tipici della poetica di Bachararch… La faccenda si normalizza con le romantiche suggestioni R&B di “She’s Gone Away” e “This Guy’s in Love With You”,riconducendo la musica entro i limiti di un tradizional pop meno flautato e voluttuoso.

In questo disco c’è la storia e la cristallizzazione di una certa visione del pop storico e cinematografico, dal grande impatto stilistico, dove leggerezza e eleganza raggiungono un profilo formale decisioso. La perfezione? In tanti sensi, sì.

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