Burial – Untrue

Burial-UntrueDietro il nome Burial altro non si nasconde che William Bevan, eclettico musicista inglese che nel 2005 diede vita a questo progetto, proteggendolo in un primo momento con un totale anonimato. Anonimato che il giovane Bevan riuscì a salvaguardare per ben tre anni, precisamente sino al 2008 quando, voci insistenti che identificavano Burial prima con Norman Cook, a.k.a. Fatboy Slim, poi con Richard D. James, a.k.a. Aphex Twin, lo costrinsero a venire allo scoperto e a rivelarsi come una delle più interessanti conferme del panorama dubstep.

Prima di Burial e contemporaneamente al suo lavoro, tanti altri autori, primo tra tutti, Shackleton/Applebim, avevano cercato delle vie innovative ed originali all’interno di un genere di per sé già difficile da ingabbiare in cristallizzate etichette. Molti avevano anche raggiunto dei risultati elevati, ma nessuno, tra i dubsteppers, come Burial era riuscito, già con il suo prima lavoro, a creare qualcosa di davvero nuovo che era capace di andare al di là del dub tradizionalmente inteso per approdare ad una sorta di hyperdub, nel quale si mescolano bassi profondi, archi malinconici, ritmi 2step e quel tanto che basta di uk garage. Grazie al grande successo raggiunto con il primo omonimo album, Burial, che ancora si nasconde dietro un anonimato fatto di interviste “rarefatte” e di live del tutto inesistenti, comincia a lavorare alla sua seconda produzione, costruendo pian piano le trame di quello che sarà il suo secondo disco, “Untrue”.

Con questo album il giovane Burial pare deciso a spingersi ancora più in là con lo scopo di riportare in auge quei suoni e quelle atmosfere che avevano caratterizzato i primi archetipi del Drum&Bass, riallacciandosi, ma mantenendosi sempre distinto, da quelle sonorità che avevano contrassegnato il lavoro di artisti come Tricky o di Goldie e Dj Hype.

Ma cosa c’è di nuovo e di diverso in questo secondo lavoro di Burial? Innegabile dire che “Untrue” è un album che comunica una profonda malinconia, grazie alla sue voci gravide di una emotività malinconica, nelle quali aleggiano i ricordi e gli sguardi al passato. Una sensazione, questa, forte sin dalla prima nota che, brano dopo brano, non fa altro che fortificarsi sino a raggiungere una drammatica consapevolezza sulle esistenze. Se questo è vero non si deve però nemmeno commettere l’errore di pensare ad “Untrue” come una sorta di album apocalittico, visto che l’intento del suo autore è semplicemente quello di portare avanti una constatazione su ciò che è stato e su ciò che è avvenuto.
Ed è evidente come in questo secondo lavoro Burial cerchi di “sintetizzare” e superare tutte quelle esperienze che avevano sino ad allora caratterizzato un genere, senza per questo commettere l’errore di rinnegare. Rinsaldata la consistenza melodica, chiarito il contesto cyberpunk, voltato lo sguardo a cauti orientalismi, Burial da vita ad un album innovativo, la cui originalità o svolta creativa è evidente sin da “Archangel” e confermato in tutti e 13 pezzi che compongono l’album, in particolare in “Ghost Hardware” che può ben essere considerato come il cuore intorno al quale si sviluppa, prendendo vita, l’intero disco.
Se si volesse individuare un messaggio, allora si potrebbe ben dire che “Untrue” è un disco grazie al quale ognuno di noi può riscoprire il proprio mondo nascosto, un insieme di sentimenti contrastanti e proprio per questo perfettamente in equilibrio.

 

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