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Blonde Redhead – Melody of Certain Damaged Lemons

recensioni album melody of a certain demaged lemons blonde redheadChe il cosiddetto rock indipendente anni ’90 sia geograficamente nato a New York è ormai cosa assodata, e a confermarlo sono stati negli anni i grandi artisti che proprio in questa città hanno mosso i primi passi trovando il successo. Un nome su tutti quello dei Sonic Youth, che può rendere bene l’idea del grande fermento culturale che ha sempre caratterizzato la Grande Mela. Uno spirtito rock e sperimentale che, a intervalli più o meno regolari, si è protratto sino ai giorni nostri…

Ed è interessante notare come proprio al nome dei Sonic Youth si leghi l’inizio della carriera di un’altra band storica del rock alternativo newyorkese, i Blonde Redhead, che proprio a Steve Shelley, batterista dei Sonic Youth, devono la produzione del loro primo album. Un “caso” che non può certamente essere chiamato coincidenza visto che la musica di Blonde Redhead deve molto, inutile negarlo, alle intuizioni e alle forme in bilico tra rock alternativo e sperimentazione noise promosse da Moore e sodali. Ciò non significa però che la proposta dei Redhead sia immediatamente esauribile e identificabile nei confini del filone noise-underground. I gemelli Pace vengono da esperienze jazzistiche e accademiche, Kazu Makino ha un passato di studi classici (pianoforte e contrabbasso), e il loro incontro rock è tanto figlio dei Velvet Underground e della No Wave quanto del post-punk americano di matrice Fugazi.

Si sa, i Blonde Redhead sono un gruppo abbastanza particolare già a partire dalla provenienza e dalla storia dei membri in formazione… i due gemelli italiani, Amedeo e Simone Pace, e la cantante giapponese, Kazu Makino, rappresentano uno di quei felici incontri che solo una città multietnica e catalizzatrice di talenti come NY può produrre. “Melody of Certain Damaged Lemons” è il quinto disco del gruppo, universalmente considerato come l’album di svolta, di cambiamento, di evoluzione. Pubblicato nel 2000 e prodotto da Guy Picciotto dei Fugazi per la Touch and Go, il disco segna il progressivo abbandono da parte della band delle metriche marcatamente noise che avevano caratterizzato i lavori precedenti. Prendendo ispirazione dai loro maestri, i Blonde Redhead con questo disco si muovono vero un indie-pop più concreto e maturo, che se da un lato segna un punto di rottura rispetto al passato, dall’altro contribuisce a mostrare in maniera più evidente una maturazione autoriale, produttiva, e la crescita del sound.

Il disco si compone di dieci tracce più una bonus track, nelle quali il gusto per le dissonanze, gli squarci e le tempeste chitarristiche pare affievolirsi, o meglio rarefarsi, per lambire nuove atmosfere di inquietudine votate all’ideale della sublimazione pop. Resta il tocco sofisticato e l’innata fragilità espressiva che comunica disagio, crisi, paura e ansia. Non a caso il titolo del disco richiama una frase ideomatica slang che potrebbe essere tradotta come la melodia della macchine in panne in autostrada… come a voler sottolineare il senso di precarietà e sospensione che da sempre caratterizza le melodie e le liriche della band. L’album può contare su una serie di buone canzoni come l’ipnotica “In Particular”, l’elegiaca e sensuale “Hated Because of Great Qualities”, la tesa “Melody of Certain Three” che si riallaccia alla vecchia vena rumorista e a una nuova veste british, la melodica “For the Dameged Mother”, dove la voce di Makino risuona in pieno con il solo accompagnamento del piano, sino a giungere alla bellissima “A Cure”.

Un disco coraggiosamente agrodolce e pop che ha il merito di confrontarsi con nuovi orizzonti e allontanarsi dal modello-Sonic Youth. Il risultato è intenso e curato, sia nei suoni che nel mood. Il nuovo indie rock dei Redhead ha a che fare con il pop colto, con l’esaltazione del sentimento e l’originalità. Il disco non è di semplicissimo ascolto, ma una volta entrati nella sua atmosfera vi troverete di fronte un album non noioso e certamente bello da ascoltare e su cui riflettere.

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