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Bloc Party – Silent Alarm

Bloc Party - Silent AlarmEra il febbraio del 2005 quando un semi-sconosciuto gruppo dell’East-end londinese dava alle stampe, tramite le etichette Wichita Recordings e Vice Records, quello che oggi è ancora considerato un manifesto del nuovo indie-rock. Sebbene da quell’uscita sia ormai trascorso un decennio, le mode musicali siano totalmente cambiate e il suonare brani rock veloci e minimali non sia considerato più così cool, “Silent Alarm” rimane un disco importante con cui fare i conti. Per molti versi un capitolo essenziale per comprendere l’evoluzione del gusto rock al tempo dell’esplosione dell’elettronica e dell’EDM; una prova di talento artistico e di elasticità culturale, stilisticamente autonoma, nonostante i forti legami con l’hype e il revival, ed energica dal punto di vista esecutivo.

Stando alle innumerevoli cover che vengono continuamente caricate su YouTube e alle citazioni più o meno dichiarate da parte di nuovi artisti emergenti, i brani contenuti nel debutto dei Bloc Party sembrano rappresentare un’inesauribile fonte d’ispirazione per le nuove generazioni, come se quelle melodie e quelle ritmiche potessero fornire coordinate e appigli per collegare la tradizione del rock alternativo alla contemporaneità sempre più lontana dalla visione elettrica. Capisco che ad alcuni l’utilizzo della parola “manifesto” potrà apparire inadeguato o addirittura iperbolico… Eppure va riconosciuto che al tempo della sua uscita, a cinque anni dall’alba del nuovo millennio, un disco del genere fece l’effetto di una bomba devastante. Non inaspettata, né destabilizzante, ma comunque indimenticabile e risonante. Un album così era davvero necessario. Il revival post punk era nell’aria già da un po’ (The Strokes, Interpol, The Hives, The White Stripes, The Rapture…), gli anni ’80 erano stati culturalmente ed esteticamente recuperati fino in fondo e senza più limiti concettuali, eppure mancava l’accento finale, il gesto sintetico e geniale che riuscisse a tenere insieme le vecchie influenze new-wave, la vivacità del garage, la purezza del post-punk e l’immediatezza dell’indie-pop. Nel Regno Unito ci avevano già provato con risultati alterni i tormentati The Libertines e i compassati Franz Ferdinand, ma forse era giunto il tempo per band più giovani e più consapevoli dal punto di vista popolare, come i The Arctic Monkeys e gli stessi Bloc Party.

La band giudata dal chitarrista e cantante Kele Okereke esisteva già dal 1999, ma prima di presentarsi al pubblico aspettò che i tempi fossero maturi e che la propria proposta sonora raggiungesse maggiore solidità stilistica. Come tanti altri gruppi della generazione di MySpace, i Bloc Party proponevano un genere musicale concettualmente rock, fatto di parti ritmiche manieristiche, ben miscelate con melodici riff di chitarra, spesso sincopati o in nervoso levare, che si prefiggevano di far ballare e spettinare le creste degli orfani dell’ormai decrepito punk revival. Si rifacevano alla beltà lirica e strumentale di The Smiths, The Cure e Joy Division, ma avevano ben presente anche tutto il suono di Madchester (Stone Roses e Happy Mondays) e i suoni dominanti dell’elettronica big beat (The Chemical Brothers).

“Silent Alarm” si apre con note gelide e tremanti di chitarra, che crescono fino a riprodurre l’eco la sirena di qualche allarme. Poi arriva Matt Tong a percutere il charleston e le pelli della batteria per instaurare un perfetto dialogo con il delay della chitarra di Russell Lissack. Il basso di Gordon Moakes entra dopo qualche secondo, quasi timidamente, preoccupandosi solo degli accenti, per poi sprigionare un groove spietato e diagonale in tutta la ficcante intensità nel ritornello, quasi a supportare l’amarrezza derivata dal racconto-fiume di una storia d’amore a senso unico cantata dall’appassionato Kele Okereke. Ed ecco quindi svelati gli ingredienti dell’overture “Like Eating Glass”: liriche malinconiche, chitarre tese e insistenti, batteria incalzante, basso pulsante e deciso. La stessa formula viene ripresa, rinnovata e solo lievemente modificata in corso d’opera, specialmente in pezzi come “Positive Tension”, “She’s Hearing Voices” o “Luno”, in cui basso e batteria sembrano rincorrersi in una convulsa fuga urbana, con la voce di Okereke costretta ad adeguarsi all’indomabile velocità di un deragliamento controllato. Succede spesso che le ritmiche s’impongano sulla dinamica e sulla struttura armonica, tanto che la chitarra di Lissack, stanca di rimanere in disparte, ha il dovere e il diritto di subentrare senza preavviso, in maniera dirompente, esplodendo in note taglienti, sempre ben farcite da una buona dose di delay.

I due pezzi più famosi dell’album, ovvero “Banquet” ed “Helicopter”, rappresentano la declinazione perfetta del modello stilistico progettato dai Bloc Party. Questioni di equilibrio e di ispirazione. Specie strumentale. Molto probabilmente l’ingrediente vincente è l’amalgama delle chitarre, sempre ben allineate o alternate, come elementi complementari e necessari alla rispettiva espressività. La produzione intelligente di Paul Epworth premia la band nelle placide ballad come “So Here We Are”, “Blue Light” o l’evocativa “This Modern Love”, che nonostante non sia stata impiegata come singolo ha ugualmente raggiunto la fama mondiale (forse anche grazie al suo inserimento in serie televisive come How I met your Mother). Ogni suono appare snello, efficace, diretto, quasi cinico nella propria essenzialità. Eppure alla base di tutto si avverte il ribollire di istanze irrosolte: inquietudine, paura, smania, insoddisfazione, confusione. Tutti temi affrontati da Okereke nelle immaginifiche liriche, spesso poeticamente criptiche o palesemente prosaiche, ma sempre esistenzialmente gravide e moralmente sensibili. È un party, sì… ma organizzato da una generazione senza futuro, consapevole della propria tragicità.

 

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