Black Sabbath – Paranoid

Black Sabbath - ParanoidImprescindibile. In senso assoluto e relativo. Una ragione di esasperazione di stilemi tradizionali che si fa rivoluzione formale e poi pietra di paragone per tutto il rock a venire. La leggenda vuole infatti che dal gusto suggerito da ogni pezzo dell’album sia, anni o decenni più tardi, nato un sottogenere del metal… Ma “Paranoid”, fortunatamente, è molto più di questo. Prima di tutto, è quel blues sporco e maligno, mutuato dai Cream ma appesantito e drogato in senso, appunto, paranoico… il rock pesante dei Blue Cheer, con i loro riff mulinello, rallentato e congestionato con feedback sinistri. E poi il potente e affascinante elemento esoterico, già caratteristico dell’esordio discografico della band (“Black Sabbath”, del 1970, il sesto disco pubblicato dalla Vertigo), che aveva rivoluzionato la musica rock e scardinato gli stereotipi fricchettoni dell’epoca.

Qualche mese dopo, nel giugno del 1970, il gruppo di Iommi, Osbourne, Butler e Ward si raduna ai Regent Sound Studios di Londra per andare oltre quell’importante risultato, costruire un disco ancora più ossessivo e radicale, capace di inquietare e scandalizzare gli animi beati della generazione dei fiori. Il messaggio, stimolante per chiunque abbia dimestichezza con la critica, il cinismo e l’ironia, è chiaro: la vita è un incubo, una storia squallida e nera, un sabba di paranoia, disagio e allucinazioni.

Dove sono andate a finire le buone vibrazioni? Dove si è cacciata la pace? E l’amore? Che fine ha fatto l’armonia? Per i Black Sabbath, tutti queste parole sono solo concetti vacui. Loro sono figli del proletariato e anime infette dalla crisi, individui già disincantati, annichiliti da un presente nero e ottuso, come un film di Mario Bava. Non credono a niente e si rifanno a un immaginario arcano e crudele, fantastico, oppure drogato e inquinato da angoscia e paranoia. Per questo sono avanti di almeno dieci anni.

La band registra tutto in meno di una settimana, in stato di grazia creativa. All’inizio, i brani composti suonano così satanici e crepuscolari da spaventare gli stessi membri del gruppo che in realtà trattavano ritualismo ed esoterismo solo come fascinazione artistica e provocazione. Si pensa quindi a un espediente per renderli più digeribili, o almeno più sfaccettati.

La lunga cavalcata “Valpurgis” (ovviamente dedicata alla notte di Valpurga) è così trasformata in “War Pigs”, un testo anti-bellico, e arricchita da una coda leggermente più melodica, dove si dettano le regole dello stilema doom. Il backbeat del batterista Bill Ward, minimale e jazzato, è intervallato da scariche contenute di chitarra elettrica, sulle quali Ozzy Osbourne cantilena la sua spaventosa invettiva pacifista. Finita la strofa, parte un coinvolgente bridge strumentale, costruito su accordi aperti e ribassati, suonati con potenza e cattiveria, sui quali la batteria sfoga rabbia e velocità in stacchi pienamente e sguaiatamente hard-rock. Il secondo brano, “Paranoid” è la canzone scelta per titolare l’album. Scritta così, in cinque minuti, cercando di fare qualcosa di diverso e più vivace… Il titolo dell’album, originariamente, doveva essere “War Pigs”, ma uscito il singolo “Paranoid” fu chiaro a tutti che questa breve e infiammata canzone sulla sociopatia e la misantropia era una l’inno negativo di una nuova rivoluzione…  Qualcosa di inaudito in termini musicali, estetici e contenutistici: “Finished with my woman/cause she couldn’t help me with my mind/ People think I’m insane/ because I am frowning all the time“. Doveva essere questo il brano portavoce e simbolo del nuovo prodotto della band. Due minuti e quarantacinque secondi di rock fragoroso e velocissimo, sorretto da due accordi martellanti e spezzati da un assolo anfetaminico. La voce di Ozzy Osbourne, nasale e allucinata, rasenta mimeticamente e drammaticamente la follia e la devianza raccontata nel testo, il basso disegna geometrie circolari e claustrofobiche, la batteria scandisce i secondi con inesorabile fretta e aggressività, la chitarra spinge, suggerisce spasimi e strappi, con crescente e insistito cinismo. Il gruppo non finalizza il pezzo divertente che sperava, ma un nuovo ritratto generazionale. Voce dell’inquietudine e dell’inettitudine degli anni ’70.

Black Sabbath“Planet Caravan” è un’affascinante ballata di folk apocalittico e psichedelico, con la voce distorta da un onirico megafono e un arrangiamento di chitarra classica, percussioni ossessive e basso vizioso. In sottofondo, durante l’ammaliante assolo di Iommi, compare un pianoforte dark, suonato da Tom Allom, il tecnico del suono, con pura atmosfera pagana e sabbatica. “Iron Man” è il brano da cui nasce di fatto il concetto di stoner rock e poi di doom. Accordi pesantissimi e reiterati, legati o contrapposti con indolente lentezza, creano un’atmosfera vorticosa e destabilizzante, tra il catatonico e l’ipnotico. Qui i Black Sabbath si lasciano trasportare dalla fantasia, creando una mini epica retro-futuristica, dedicata appunto all’uomo d’acciaio che trivella le vittime terrorizzate, pur volendo salvare il mondo ingrato che non se lo fila. Una specie di inconsapevole omaggio a Marinetti e Boccioni in salsa esistenzialista.

In “Electric Funeral” si ritorna a tematiche e atmosfere sataniche, ma ancora contaminate da suggestioni post-apocalittiche. Scoppia la bomba atomica e sulla Terra si apre il vero inferno: mutanti, anime dannate, disastri ecologici… Il ritmo sempre cadenzato, trascinato da un fangoso wah, trova coinvolgimento nell’esplosione finale, infiammandosi e contorcendosi su se stesso come un blues impazzito. Il basso pastoso e oscuro di Butler introduce il mastodontico riff di “Hand of Doom”, crudo racconto di tossicodipendenza, in cui cambi di tempo e arrangiamenti occulti suggeriscono o doppiano la cupa melodia recitata da Osbourne. Il metodo insomma è sempre lo stesso: riff portante ripetuto dalla voce, abbellito o incupito da ricami e scale di un basso armonico, distorto e percussivo.

“Rat Salad” è il momento di gloria di Ward, con il suo solo di batteria. Rispetto ai pezzi del genere (Led Zeppelin, Deep Purple, Urian Heep), Ward sa contenersi e dare senso all’ostentazione di tecnica e potenza. Non indugia, non rompe le palle… Voglio dire, “Moby Dick” è un pezzo mitologico, ma lo si può ascoltare una volta all’anno, massimo. Chiude l’album “Fairies Wear Boots”. Secondo alcuni è un pezzo che prende per il culo i nazi, ma Iommi ha chiarito che il testo deriva da un’allucinazione da cannabis. Fatine con gli stivali… Potentissima  e coinvolgente l’intro, in cui malvagità e inquietudine ammantano fino allo stacco di metà pezzo. Un blues-rock da strada che risuona aspro, sordido e stridulo, perfetto per la voce di Ozzy e l’assolo di Tony.

I Black Sabbath cantano di guerre apocalittiche, fate e uomini d’acciaio, ma sono non rinnegano la propria origine proletaria e il realismo da working class… Sono concreti, incazzati e rissosi. Hardrockers senza speranza né rispetto. Dopo questo disco i Black Sabbath non toccheranno mai più picchi creativi così alti. “Master Of Reality” sarà un buon album, con diverse evoluzioni, ma mai paragonabile al capolavoro assoluto “Paranoid”, dove l’ispirazione è trascendente e foriera di nuovi valori estetici, magici. All’epoca nulla raggiungeva in musica cotanta morbosità e sconvenienza… Cari miei, se non vi piacciono i Black Sabbath probabilmente avete qualche problema, o non ne avete mai avuti. Dunque state a pezzi, e non so che dirvi. So che non sarà certo questo articolo a farvi cambiare idea. In un senso o nell’altro. Ma ne parlo lo stesso. Per dovere, onestà e passione. Non c’è nessun altro disco che suona così affascinante, misterioso e insieme sincero e reale come “Paranoid”. Ma bisogna rispettarlo al di là del suo fascino iniziale e provvisorio. Si deve andare a fondo, comprenderne la corrotta grazia, l’ingnorante e ignobile intelligenza. Non ci stanno santi.

Si deve colpire a morte la speranza terrestre, e solo allora ci si salva con la speranza vera” (Soren Kierkegaard)

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

1 thought on “Black Sabbath – Paranoid

    […] Il diciotto settembre 1970 fu pubblicato in Inghilterra “Paranoid“, il secondo album di studio dei Black Sabbath. Un capolavoro ancora attualissimo, distribuito in Europa e in America nel gennaio del 1971, quando la band composta da Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward aveva già conquistato la fama di gruppo più duro, distorto e cupo della storia. Da qui nasce l’heavy metal. Ne parliamo approfonditamente qui. […]

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