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Band of Susans – Hope Against Hope

Band of Susans - Hope Against HopeRobert Poss, chitarrista, cantante e deus ex machina delle Susans, non va inquadrato come il solito studente punk newyorkese fuori tempo massimo. Il suo approccio rumorista derivava solo parzialmente dall’amore verso la distorsione del punk-rock e la decadenza no-wave che intanto ispirava la meglio gioventù sonica degli anni ’80. Tra i suoi miti c’erano Rhys Chatam, Steve Reich, La Monte Young e altri raffinati compositori minimalisti e serialisti del Novecento. Mettiamoci pure Glenn Branca, tanto per sottolineare la critica parentela con i Sonic Youth… Certo, Robert amava anche i Velvet Underground, i DNA e qualcosa del vecchio blues, ma l’aspirazione andava tutta da un’altra parte…

Armandosi di drum machine, amplificatore, chitarra scassata, effetti e tape loop, diede vita alla fine del 1984 alla Band of Susans. Un primo ep intitolato “Blessing and Curse” uscì per la Trace Elements due anni più tardi, mettendo in scena una delle più verosimili e pericolose apocalissi soniche della stagione. Alcune di quelle tracce (e non proprio le migliori) finirono poco dopo nel primo album ufficiale del gruppo, “Hope Against Hope”, registrato a New York nell’87 e pubblicato nell’88 dalla Blast First. A scrivere, ordinare, scompigliare, produrre e dirigere la musica-non-musica è Poss. Dietro il mixer sta invece il produttore e musicista Jim Klein. Completano la band le varie Susan… Susan Stenger al basso (artista colta, addirittura collaboratrice di John Cale, e tecnicamente preparata), Susan Lyall a una chitarra, Susan Tallman all’altra… Alla batteria c’è invece Ron Spitzer.

Band Of SusansIl disco, dispersivo nello svolgimento estetico e quasi grottesco nella produzione, è un macello elettrico di psichedelia caotica e tribalismi mischiati a post-punk marziale dal sapore tedesco (“Not Even Close”), hard rock istintivo (“Throne of Blood”), nere e insistenti divagazioni psych-garage (“Hope Against Hope”), punk iperdistorto (“I the Jury”), new wave vagamente ballabile (“You Were an Optimist”) e psychobilly in boogie dopo l’elettroshock (“Where Have All the Flowers Gone”). La cacofonia chitarristica è onnipresente ma comunque mediata da suggestioni popolari, crescendo sinfonici, semplificazioni formali e toccate minimaliste. La sperimentazione si esplica entro i limiti di quella che verrà chiamata la “nuova canzone rock”: introduzione, strofa, ritornello, sclero rumorista, ritornello, strofa… in cui il messaggio (che tutte le ragioni sono sbagliate, che non c’è più possibilità di autenticità, che la libertà è un falso ideale e che l’unico modo di trascendere l’illusione sta in un’illusione alternativa) è l’impressione di un racconto annoiato, sfocato, lasciato a corrompersi in sottofondo, dietro gli accordi allungati e i feedback liberi.

Pur affidandosi poeticamente e concettualmente alle ragioni del rumore, le Susans non dimenticano di applicare cura nella melodia e nell’armonia, che decidono però di annegare in un mare di acido corrosivo, di effetti fuzz, flanger ed echo. Meglio o peggio dei Jesus and Mary Chain (a seconda del gusto e del punto di vista da cui giudichiamo l’effetto finale). Il noise e la ricerca sonica vengono usati come strumenti di belligeranza, espressione di disgusto, manifestazione di disagio, e poi applicati a una radice bastarda di rock ‘n roll decadente, stanco, tediato e malinconico. Non è difficile intuire al di qua o al di là del baccano e dell’ottusità ritmica uno stile di partenza vicino al folk di Dylan, oppure al boogie dei T-Rex, al punk dei Destroy All Monsters e al rock tinto di soul di Ziggy Stardust. Si dissacra il dogma della musica giovane e già vecchia della vita americana. Si guarda avanti, o per aria, e si distrugge tutto quello che è rimasto ancora intatto dopo il punk e la new wave. Così, per vedere di nascosto l’effetto che fa… Il valore specifico, la cifra che rende speciale la proposta della Band of Susans, sta nell’impeto continuamente smorzato e nel conato trattenuto di un gesto realmente alternativo, ossia drammaticamente iconoclasta, congiunto a una sensibilità eurocolta, allo studio sul timbro e alla traduzione della forma sonata su coordinate pop-rock. Ecco le ragioni che rendono “Hope Against Hope” un capitolo imprescindibile per la storia della relatività del rock contemporaneo.

L’essenziale è qui, come sempre nella scienza, di sbarazzarci da pregiudizi profondamente radicati e spesso invocati senza previa disamina.” (A. Einstein, L’Evoluzione della Fisica)

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