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Babyshambles – Sequel to the Prequel

Babyshambles - Sequel to the PrequelPete Doherty è principalmente noto al grande pubblico per la fama da tossico mondano, per l’abuso di sostanze stupefacenti o per l’ormai spezzato idillio amoroso vissuto con la super-modella Kate Moss. Spesso ci si dimentica però che il buon caro Pete di mestiere fa il musicista. La sua carriera è iniziata all’inizio del XXI secolo grazie alla militanza di fronte al microfono nei quasi seminali (per la breve stagione del garage rock revival) The Libertines. Non voglio ora ripercorrere l’intera biografia dell’artista, ma vorrei piuttosto esortare i lettori a spendere quarantatre minuti della loro vita per dedicarsi (senza pregiudizi) all’ascolto di “Sequel to the Prequel”, il terzo album dei Babyshambles, formazione ovviamente capitanata dal pazzo e geniale cantautore di Hexham (piccolo borgo tra Inghilterra e Scozia).

L’album parte a centocinquanta all’ora con il post-punk di “Fireman”, un pezzo il cui compito è persuadere i rockers più intransigenti sulla qualità e l’atteggiamento in ballo, cioè un invito ad ascoltare il lavoro con la giusta attenzione La seconda traccia, “Nothing Comes to Nothing”, abbassa i toni e la velocità e si rilassa trasportata da un dolce giro d’accordi in Sol maggiore, semplice, puro, onesto. “New Pair” è un brano che potrebbe sconvolgere, se non altro per il drastico chiasmo prodotto rispetto alle canzoni precedentemente menzionate, ma lo interpretiamo come simbolo e sintomo di una raffinata ricerca di pulizia del suono, un gusto pop welleriano che dimostra doti inespresse: un songwriting maturo e dei notevoli progressi in termini di equilibrio, almeno rispetto all’album d’esordio “Down in Albion” del 2005 e all’indecisa estetica garage di “Shotter’s Nation” del 2007. “Farmer’s Daughter” innesca per cinque minuti e sei secondi nuovo scompiglio ribaltando e contraddicendo l’impeto del brano iniziale. La musica rallenta un po’ (tra il brit-pop, il folk inglese e certa psichedelia piana americana) fino ad allacciarsi al movimento ondulatorio delle note contenute nella magnifica e poetica ballad intitolata “Fall from Grace”. Nemmeno la canzone seguente delude. “Maybelline” è animata da malinconici ricordi amorosi (sarà forse un implicito richiamo a Kate?) ma è anche caratterizzata da un umore puramente rock, ritmicamente trascinante e privo di additivi baroccheggianti. Con le tracce seguenti si ha l’impressione di cambiare rotta. Si intravede un po’ di  sano blues, persino un accenno di decadente swing… Insomma, un’ottima miscela atta ad arricchire e valorizzare le scelte stilistiche adottate dai Shambles, sempre più orientate all’indie pop d’autore (e dunque lontane dal garage degli primi capitoli).

“Sequel to the Prequel” doveva essere il disco della rinascita, un’altra chance giocata con sensibilità ed equilibrio da un artista mediaticamente criticato, forse messo in croce, un talento precocemente dato per scontato, soprattutto a causa degli insuccessi della vita privata. Ma purtroppo per Doherthy il mondo non sembra aver apprezzato. Bisogna dunque sperare in una rilavutazione a posteriori, a mente fredda, che dia il giusto riscontro a un lavoro di scrittura, produzione ed esecuzione sopra la media.

Ascoltate l’album mantenendo alto l’approccio critico, non fermatevi alla forma esteriore, perché dietro a delle canzoni apparentemente “banali” potrebbero celarsi dei piccoli capolavori. Esempi ispirati di commistione pop-rock e post-postmodernismo… Basta solo carpire l’essenza creativa e poetica che il bravo Doherty da sempre occulta in strutture pop o spiccatamente english. (La cover del disco è di Damien Hirst, il Picasso dei nostri tempi.)

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