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Animal Collective – Merriweather Post Pavilion

Sorprendente album del 2009, “Merriweather Post Pavilion” è la conferma della grande spinta creativa degli Animal Collective, gruppo prolifico e artisticamente ispirato di Baltimora, che non si lascia ingabbiare in stilemi precisi e limiti poetici precostituiti. Dopo il grande successo raccolto da “Strawberry Jam”, uscito appena due anni prima e grazie al quale la band aveva già dimostrato visione psichedelica, gusto folk-cosmico e originalità, gli Animal Collective resettano quanto fatto in precedenza, alla ricerca di un nuovo sound, ancora più imprevedibile e caotico.

Svanita la componete folk degli esordi, archiviate le chitarre, “Merriweather Post Pavilion” è una ricerca di pop d’avanguardia dominata dall’elettronica e dal vizio costitutivo di forma. Si parte da una psichedelia mutuata dallo studio del krautrock, ci si confronta con le melodie dei Beach Boys e con i nuovi ritmi neo-soul, poi con un synth-digital-pop di bassa fedeltà e con la distorsione armonica del disco precedente. Ecco gli ingredienti principali che danno vita a un suono abbastanza corposo, avvolgente, intervallato da interferenze e pulsazioni trascinanti. Suoni sperimentali che lasciano davvero pochissimo spazio alla strumentazione tradizionale. Di propriamente acustico o “suonato” c’è pochino: qualche nota di piano, dei motivi di arpeggio e le percussioni… Il risultato sono undici pezzi psichedelici, di sostanza elettronica, con sporadiche aperture folk, suggestioni ambient e cosmiche.

A colpire di questo disco è già la copertina, una vera e propria concettualizzazione di illusione percettiva ideata da Akiyoshi Kitaoka, che poi è la perfetta sintesi di ciò che l’album contiene: un vortice di melodie davvero fuori dal comune, appena normalizzate dall’uso di strutture e soluzioni povere. Proprio come le immagini proiettive riescono a ogni sguardo a evocare pensieri e sensazioni diverse, così i pezzi che compongono il disco sembrano nuovi a ogni ascolto e fondamentalmente in grado di provocare sentimenti tra loro discordanti e per questo affascinanti. “Merriweather Post Pavillion” è un lavoro da ascoltare tutto di un fiato, senza interruzioni, da vivere come un’esperienza di vita insolita od onirica… un libro dal cararattere provovatorio, ai limiti del dadaismo, di cui non si vede l’ora di conoscere la fine, anche se la direzione da seguire è perennemente in bilico e ambigua.

Dopo l’introduzione di “In the Flowers”, che già fornisce un’idea stilizzata sul nuovo mood inseguito dalla band, ecco l’essenza del disco manifestarsi nella synth-wave ambientale di “My Girls”, un pasticcio psych-pop-elettronico per animi romantici e allucinati, con un sample ritmico preso da “Your Love”, capolavoro dell’house storica firmato da Jamie Principle. Poco dopo arriva il pop psichedelico e avanguardisco di “Summertime Clothes”, dove la cifra electro e synth-wave si adegua a schemi beatlesiani e armonie flaminglipsiane. Il meglio dell’album, però, è rintracciabile lungo la scia meravigliosa di “Daily Routine” e “Bluish”, la svolta lisergica che tiene insieme cento riferimenti dall’assurdo relativo o assoluto prodotto in musica negli anni ’70 e ’80. La chiusura del disco si affida all’elettronica anfetaminica di “Brother Sport”, un altro numero di distorsione sintetica, emblema del del suono storto e lucido che dà potere simbolico dell’intero album.

Ecco un disco brillante, in cui si intuisce talento, suonato con fantasia e prodotto con visione, che riesce a far convergere in un’unica esperienza musicale tutti quelli che sono i trascorsi estetici dei singoli componenti del gruppo: Panda Bear, Geologist e Avey Tare… Artisti ispirati e pieni di idee che qui si fondono perfettamente per dar vita a un capolavoro degli anni ’00.

1 comment

  1. domenico balletta

    buon articolo…..psichedelica non so….
    anche se secondo me il migliore album resta “Strawwberry Jam”

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