Animal Collective – Merriweather Post Pavillion

Sorprendente album del 2009, Merriweather Post Pavillion è la conferma oltre che della grande spinta creativa degli Animal Collective, che dal 2000 ad oggi hanno all’attivo ben 12 album, anche della volontà della band di Baltimora di non lasciarsi inquadrare in nessuna categoria o influenza più o meno dichiarata. Dopo il grande successo raccolto da Strawberry Jam, uscito appena due anni prima e grazie al quale il collettivo aveva già dimostrato di avere una personalissima visione della musica cosmica, gli Animal Collective resettano quanto fatto in precedenza senza per questo perdere il filo del proprio sound.

Svanita la componete folk dei primi esordi, cancellate le chitarre, la scena di questo album è dominata totalmente dall’elettronica, mutuata dai suoni più distorti del disco precedente. Ne deriva, così, un suono abbastanza corposo che da una parte conferisce ai brani un suono ovattato, dall’altro li investe di pulsazioni trascinanti lasciando in questo modo davvero pochissimo spazio alla strumentazione tradizionale, concedendogli solo qualche nota di piano o motivi di arpeggio. Il risultato sono undici pezzi di una pura psichedelica elettronica che deriva da una lunga tradizione folk ed acustica che si era già intravista nelle produzioni precedenti.

A colpire di questo disco è già la copertina, una vera e propria illusione psicologica ideata da Akiyoshi Kitaoka, che è la perfetta sintesi di ciò che il disco contiene: un vortice di melodie davvero fuori dal comune. Proprio come le immagini psicologiche riescono ad ogni sguardo ad evocare pensieri e sensazioni diverse, così i pezzi che compongono il disco sembrano nuovi ad ogni ascolto e fondamentalmente in grado di provocare sentimenti tra loro discordanti e proprio per questo affascinanti. Quello che è certo è che Merriweather Post Pavillion è un disco da ascoltare tutto d’un fiato, senza interruzioni, da vivere come se fosse un’esperienza di vita o un libro del quale non si vede l’ora di conoscere la fine. Dopo l’introduzione di “In the flowers”, che già ci da un’idea chiara di ciò che ci attende, ecco che l’essenza del disco culmina in “My girls” per poi continuare lungo la sua scia meravigliosa con “Daily Routine” e “Bluish”, sintesi psichedelica degli anni ’70 e ’80. La chiusura del disco non poteva essere altro che l’elettronica allucinante di “Brothersport”, vero e proprio emblema della valenza simbolica dell’intero album.

Insomma un disco brillante che riesce a far convergere in un’unica esperienza musicale quelli che sono i trascorsi passati dei singoli componenti del gruppo; Panda Bear, Geologist, Avey Tare qui si fondono perfettamente senza per questo perdere la propria identità.

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