Amon Düül II – Phallus Dei

Alla fine degli anni ’60 a Monaco di Baviera nasce una comune di studenti e di ragazzi appassionati di esoterismo e musica psichedelica, un’utopia che si muove senza troppa pesantezza ideologica tra ecologia, vita tribale, mistero cosmico e filosofia ermetica. Tra le attività ricreative della comune sono previste lunghe jam improvvisate, dove musicisti e non, adulti e bambini, sperimentano contaminazioni folk tribali, dando vita a una vera e propria orchestra dionisiaca, libera e spirituale, molto vicina alle dinamiche e ai risultati delle celebrazioni rituali primitive e pagane. In forma del tutto autogestita e underground, queste sessions sono successivamente prodotte e diffuse a marchio Amon Düül (il loro esordio ortodosso è “Psychedelic Underground” del 1969), lemma mutuato dal nome stesso della comune.

Amon è il misterioso dio dell’aria e della guerra degli antichi egizi, in un secondo momento con-fuso con Ra, dio del sole (e per alcuni antropologi il primo dio monoteistico della storia delle religioni); Duul è una parola di origine turca che indica la luna. In seguito, alcuni membri della grande famiglia, parallelamente al progetto base, iniziano a ricercare un’espressività musicale più moderna, attraverso gli strumenti classici del rock, contaminando il loro linguaggio folkloristico con i suoni della psichedelia inglese e americana, i drone indiani e le scale musicali orientali.

I membri di questa band, chiamata semplicemente Amon Düül II, sono Chris Karrer (violinista, chitarrista, voce e sax soprano), Dieter Serfas (batteria e piatti elettrificati), Falk Rogner (organo), John Weinzierl (chitarra e basso) e Renate Knaup (cori e percussioni). Alle sessions si aggiungono poi alcuni musicisti esperti di sonorità turche e indiane, come il percussionista Shrat, il batterista Holger Trulzsch e il vibrafonista Christian Borchard, e varie comparse dai primigeni Amon Düül. Il loro primo album è realizzato nel 1969, alla fine della Summer of Love ed è intitolato, scandalosamente, “Phallus Dei”, il pene di dio. Niente di gratuitamente triviale: la band affronta una musica a suo modo mistica, ricca di riferimenti ritualistici e pagani, naturalmente rivolti alla liberazione delle passioni e delle esperienze estatiche. La musica che ne esce fuori ha, però, ben poco a che fare con le good vibrations care agli hippies o alla Swinging London. Qui sono in gioco suggestioni inquietanti e oscurità, sacralità pagana e deliri misteriosofici, indolenza allucinata e irrequietezza intellettuale, malie leggere e consapevolmente volubili, che anelano a un vitalismo incantato ed esoterico. Un nuovo atteggiamento di pura libertà e personale declinazione degli stilemi ovvi, o innocui, della spiritualità psichedelica, che dà inizio a quella speciale e funambolica stagione della musica popolare tedesca chiamata krautrock. Il gruppo produce un’opera molto naif, che trae liberamente ispirazione dalla psichedelia acida di Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service, giungendo però a traguardi di immensa creatività. Con grandissima abilità si mescolano linguaggi hard blues, in bilico tra oscurità sabbathiana e  musica sacra indiana (come nell’iniziale “Kanaan”), tribalismi misticheggianti dagli echi elettro-scat-surrealisti (nell’assurdo esperimento dada-ritualistico di “Luzifers Ghilom”, un vero e proprio delirio di satanismo psichedelico), space rock, spettralismo rumoristico e magniloquenza sinfonica wagneriana (nell’angosciante e infinita title track “Phallus Dei”). Una bizzarra e sinistra luce avvolge l’intero disco, vera e propria gemma della distorsione di coscienza, come in un assurdo e pericoloso culto estatico in cui male e bene si confondono, per tracotanza o potenza, eccessiva capacità di cogliere e accogliere in sé il caos dell’esistenza. Molte sono le intuizioni avanguardistiche promulgate dal prodotto: gli esperimenti elettronici, prima di tutto, che apriranno la strada a Kraftwerk e Can, gli studi dronici su sitar e percussioni, le manipolazioni di frequenze organistiche, i feedback e l’overdubbing produttivo (imparentato all’ambient dei Tangerine Dream di Klaus Schulze), i rumorismi chitarristici e le contaminazioni folk-sinfoniche, ancora oggi freschissime nella loro apocalittica drammaticità. In mezzo a tanto coraggio e tensione innovativa ci sono anche riferimenti più “pop” o consueti, rivolti all’esaltazione blues di Jafferson Airplane, alle novità dell’hard rock (Led Zeppelin, Uriah Heep e Blue Cheer) o del nichilismo postmoderno alla Velvet Underground. Il cantato, quando non gioca o impazzisce imitando voci di folletti o di demoni balbuzienti, rievoca i toni caldi e pastosi del rock, risultando, però, molto personale e centrato: un riferimento nel magma sonoro e spirituale delle musiche, doppiato dall’esoterico gorgheggio sacrale di Renate Knaup. I testi affrontano con irriverenza e irrazionalità tematiche sacre, filosofiche, demenziali, iniziatiche, favolistiche, bibliche, anti-bibliche, sataniche, sociali e psichedeliche, alternando tedesco, pseudo-inglese e linguaggi incomprensibili. Mille contraddittori elementi, bollenti e in pericolosa reazione, come in un calderone magico mescolato da folli alchimisti intenti a evocare il demonio. Non certo per vendersi l’anima, ma, più verosimilmente, per farci festa e magari una bella jam session.

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