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Amon Düül II – Phallus Dei

Nella primavera del 1967, nella campagna intorno a Monaco di Baviera, nasce una comune di studenti universitari, artisti e ragazzi appassionati di esoterismo e rarefazioni mistiche. Un’utopia che si muove senza troppa pesantezza ideologica tra ecologia, vita tribale, psichedelia, mistero cosmico e filosofia ermetica. Tra le attività ricreative della comune, oltre all’uso dell’acido e ai balli nudisti, sono previste lunghe jam improvvisate, dove musicisti professionisti e non, adulti e bambini, sperimentano contaminazioni folk primitiviste, dando vita a una vera e propria orchestra dionisiaca, libera e spirituale, molto vicina alle dinamiche e ai risultati delle celebrazioni rituali animistiche e pagane. In forma del tutto autogestita e underground, queste allucinanti sessioni di registrazione sono successivamente prodotte e diffuse a marchio Amon Düül (il loro esordio ortodosso è “Psychedelic Underground” del 1969), lemma mutuato dal nome stesso della comune… Amon è il misterioso dio dell’aria e della guerra degli antichi egizi, in un secondo momento con-fuso con Ra, dio del sole (e per alcuni antropologi il primo dio monoteistico della storia delle religioni); Duul è, invece, una parola di origine turca che indica la luna.

In seguito alle prime incisioni e alla creazione di una sala di registrazione più professionale, alcuni membri della grande famiglia, parallelamente al progetto base, iniziano a ricercare un’espressività musicale più moderna, attraverso gli strumenti classici del rock, contaminando il loro linguaggio folkloristico con i suoni della psichedelia inglese e americana, i drone indiani e le scale musicali medioorientali.

amonI membri di questa band, chiamata semplicemente Amon Düül II, sono Chris Karrer (violinista, chitarrista, voce e sax soprano), Dieter Serfas (batteria e piatti elettrificati), Falk Rogner (organo), John Weinzierl (chitarra e basso) e Renate Knaup (cori e percussioni). Alle prove si aggiungono poi alcuni musicisti esperti di sonorità turche e indiane, come il percussionista Shrat, il tamburista Holger Trulzsch e il vibrafonista Christian Borchard, e varie comparse dai primigeni Amon Düül. Il primo album di questa nuova formazione scissionista è realizzato nel 1969, alla fine della Summer of Love, ed è intitolato “Phallus Dei”, il pene di dio. Niente di gratuitamente triviale: la band affronta una musica a suo modo mistica, ricca di riferimenti ritualistici e pagani, naturalmente rivolti alla liberazione delle passioni e delle esperienze estatiche, dove i contenuti teologici e quelli vitalistici convivono attraverso la declinazione di una pseudo-filosofia panteistica di radice bruniana o, più volgarmente, fricchettona. La musica che ne esce fuori ha, però, ben poco a che fare con le good vibrations care alla moda hippie o al genere psych-rock.

Qui sono in gioco suggestioni inquietanti e oscurità, sacralità pre-cristiana e deliri misteriosofici, indolenza allucinata, torpore lisergico e irrequietezza intellettuale. Malie leggere e consapevolmente volubili, che anelano a un vitalismo incantato ed esoterico. Un nuovo atteggiamento di pura libertà e personale reinterpretazione degli stilemi già ovvi, o comunque innocui, della spiritualità psichedelica… Anche da qui comincia quella speciale e funambolica stagione della musica popolare tedesca conosciuta come krautrock…

Il gruppo produce un’opera deliziosamente confusa e approssimativa, ma comunque più strutturata e tecnicamente consapevole rispetto ai lavori già registrati dagli Amon Düül originari (e indipendenti). Un suono che trae liberamente ispirazione dalla psichedelia acida di Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service, dal nichilismo elettrico dei Velvet Underground e dalla rivoluzione blues di Hendrix, giungendo però a traguardi di immensa creatività. Con fulminante abilità e infantile violenza si impastano linguaggi hard blues, in bilico tra oscurità sabbathiana e musica sacra indiana (come nell’iniziale “Kanaan”), tribalismi misticheggianti dagli echi elettrico-scat-surrealisti (come nell’assurdo esperimento dada-ritualistico di “Luzifers Ghilom”, un vero e proprio delirio di satanismo psichedelico), space rock, spettralismo rumoristico e magniloquenza sinfonica wagneriana (nell’angosciante e infinita title track “Phallus Dei”). Una serissima e sinistra luce avvolge l’intero disco, a rifrangere e riverberare la distorsione di coscienza, come in un assurdo e pericoloso culto estatico in cui male e bene si confondono, per tracotanza o potenza, eccessiva capacità di cogliere e accogliere in sé il caos dell’esistenza. Molte sono le intuizioni avanguardistiche promulgate dal prodotto: gli esperimenti elettronici, prima di tutto, che apriranno la strada a Kraftwerk e Can, gli studi dronici su sitar e percussioni, le manipolazioni di frequenze organistiche, i feedback e l’overdubbing produttivo (imparentato all’ambient dei Tangerine Dream di Klaus Schulze), i rumorismi chitarristici e le contaminazioni folk-sinfoniche, ancora oggi freschissime nella loro apocalittica drammaticità. In mezzo a tanto coraggio e tensione innovativa ci sono anche riferimenti più “pop” o consueti, rivolti all’esaltazione blues di Jafferson Airplane, alle novità dell’hard rock (Led Zeppelin, Uriah Heep e Blue Cheer) o del minimalismo rumoroso postmoderno alla Velvet Underground. Il cantato, quando non gioca o impazzisce imitando voci di folletti o di demoni balbuzienti, rievoca i toni caldi e pastosi del rock, risultando, però, molto personale e centrato: un riferimento nel magma sonoro e spirituale delle musiche, doppiato dall’esoterico gorgheggio sacrale di Renate Knaup. I testi affrontano con irriverenza e irrazionalità tematiche sacre, filosofiche, demenziali, iniziatiche, favolistiche, bibliche, anti-bibliche, sataniche, sociali e psichedeliche, alternando tedesco, pseudo-inglese e linguaggi incomprensibili. Mille contraddittori elementi, bollenti e in pericolosa reazione, come in un calderone magico mescolato da folli alchimisti intenti a evocare il demonio. Non certo per vendersi l’anima, ma, più verosimilmente, per farci festa e magari una bella jam session.

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