Alice in Chains – Unplugged (for MTV)

L’Unplugged per MTV degli Alice in Chains fu registato il 10 aprile del 1996 al Majestic Theatre della Brooklyn Academy of Music. Il gruppo non appariva in pubblico da oltre due anni, principalmente a causa dei problemi di tossicodipendenza e depressione del leader Layne Staley. In verità, il cantante aveva cercato di dedicarsi alla musica lontano dai vecchi compagni, prendendo parte al progetto dei Mad Season (qui già recensito), una specie di band di recupero messa su da Staley, Mike McCready (Pearl Jam) e John Saunders (The Walkabauts; anche lui morto di overdose d’eroina, nel 1999), così per distrarsi da siringhe e paranoie oppiacee. Non il massimo per un tossico in perenne crisi spirituale.

Durante il live, scherzando con il pubblico Staley, dichiarava che questo era sicuramente il migliore show del gruppo da tre anni a quella parte. “È anche l’unico”, gli faceva eco Jerry Cantrell, toxic twin del cantante, chitarrista solista, co-autore, seconda (e occasionalmente prima) voce del gruppo, esperto del wah e guitar hero del grunge; il doppio musicale ed emotivo dell’anima di Staley.

Le luci sono spente. Entra Cantrell, facendo partire sulla sua chitarra acustica i delicati accordi di “Nutshell”, supportato da Scott Olson, qui chiamato a fare da seconda chitarra. Si aggiunge ai due, sempre in fieri, il profondo basso di Mike Inez. Sul suo strumento compare la scritta “Friends don’t let friends get friends haircuts”: gli amici non permettono che gli amici copino il taglio di capelli degli amici, uno scherzoso riferimento ai Metallica e alle loro nuove pettinature (corte). Il gruppo metal è infatti presente all’esibizione, in supporto alla grunge-band verso cui ha sempre manifestato interesse e sincera amicizia (ai Metallica è anche dedicato un breve intermezzo che riprende il riff di “Enter Sandman”, sempre da parte di Inez). Le candele illuminano lo scheletrito corpo di Staley che, visibilmente provato dalla tossicodipendenza, entra in scena tra gli applausi del pubblico, insieme al batterista Sean Kinney. Parte così la struggente melodia di “Nutshell”, ancora più fragile e toccante che su disco. “Inseguiamo bugie stampate male, affrontiamo il sentiero del tempo e ancora combatto, da solo, questa battaglia”. La voce di Staley, incerta e fragile più del dovuto, trae dalla propria disperazione le ultime forze per animarsi ed emozionare. Tecnicamente la partita è persa in partenza, ma parliamo di grunge, di un suono crudo e di una sensibilità preziosa, dannatamente angosciata e per questo profondamente affascinante, proprio in quei territori opachi dell’incertezza e della caducità.

Il secondo brano “Brother” mette in scena l’affascinante incastro di voci di Staley e Cantrell, che nella seconda strofa restano nude (mantenendo l’armonioso gioco di contrasto tonale) sul palco, con tutti gli strumenti costretti al silenzio. Nell’assolo di chitarra, Cantrell esibisce il suo tocco blues, dimostrandosi un ottimo strumentista. Intanto Staley, dietro occhiali scuri, dondola allucinato sul suo sgabello intrecciando nervosamente le mani. Il drumming brillante e preciso di Kinney introduce la successiva “No Excuses”, perfetta in abito unplugged; Stanley vola in alto con la voce, graffiando le note più tristi come per sottolinearne la drammaticità o l’empatico trasporto con il quale sta cercando di ovviare alla mancanza di brillantezza. Come se fosse davvero lo spirito a cantare, a condurlo lontano dalla prigione intossicata del corpo. Questa voce è il massimo prodigio del sentimento, di quell’amore infetto e martoriato dall’inesorabile macina della vita, il canto che si tiene stretto alla disperazione come all’unico fondamento sul quale poter trovare senso.

Un potente riff al rallentatore di chitarra acustica introduce a “Sludge Factory”. Stanley attacca a cantare, ma parte con la seconda strofa, impreca e il gruppo si ferma. Umiliato e spazientito, si colpisce la testa con le mani aperte. Cantrell gli sorride e il pubblico applaude incoraggiandolo. Una gaffe che acquista nel contesto un valore sentimentale e abbassa tutti i veli dell’apparenza, mostrando agli spettatori il cantante e il gruppo senza filtri, nella loro disarmante nudità emotiva. Il brano ricomincia, straziato e strisciante, creando un appeal maledetto ed emancipandosi totalmente dalla versione elettrica di partenza. Suggestioni lugubri attraversano l’arrangiamento scarno e nervoso: è qui che Black Sabbath, Nirvana, vecchi blues e Neil Young  si toccano, filtrati dalla personalissima vocalità di Staley.

La scaletta prosegue con un altro pezzo da novanta, la malinconica “Down in A Hole”, qui raffinata in veste acustica rispetto al discutibile arrangiamento semi elettrico di studio. Ancora una volta Staley pare incerto, lasciando nel secondo ritornello Cantrell solo alla voce per alcuni secondi, e ancora una volta l’imperfezione si trasforma in disperata ragione di bellezza: “Guardami ora… sono un uomo che non vuole lasciare vivere se stesso, gettato in una fossa”. Più monotono, ma proprio per questo funzionale in ottica, come dire, psichedelica, risulta il lamento grunge di “Angry Chair”, dove Staley tiene due accordi di chitarra, abbassando tono e intensità di voce. “Rooster”, perla d’afflizione generazionale già su disco, sembra mancare dell’esplosione elettrica del ritornello, ma dona attimi di grande intensità con l’urlo liberatorio e in scala blues di Staley e l’ottimo lavoro di stacchi della batteria. L’attenzione è conquistata da note che scavano la propria bellezza come intarsi, ricavati da pochi colpi ma pregni di passione. Gli interventi chitarristici sono semplici e incisivi, sensati e mai gratuiti. Gli umori cercano uno spiraglio di luce nel riff maggiore di “Got Me Wrong”, dove la doppia voce raggiunge il suo apice emotivo, fino alla salmodiante coda finale di Cantrell, che prega “Resta se vuoi, che potresti non esserci quando partirò”. Ancora note leggermente più ariose per la strofa di “Heaven Beside You”, cantata da Cantrell e con il supporto di Staley nel bridge e nel ritornello, che come al solito impreziosisce la musica con acri tonalità d’ansia e romantica bellezza. La canzone appare come una sincera e disperata offerta di aiuto di Cantrell a Staley, all’amico perso nell’inferno della droga e negli abissi del male di vivere. “Ci sono dei problemi nella tua vita, che va a puttane, ma io non sono cieco, forse vedo sbiadito, perché sono stanco, lontano dal mio punto di vista”.

Il basso cavernoso e il ritmo sestinato di “Would?” fanno strada allo squarcio emozionale del ritornello in cui il cantato di Staley commuove e trascina variando su toni e registri. Seguono il lungo arpeggio d’afflizione di “Frogs”, triste tema vibrante e meditativo, e la cadenzata “Over Now”, due canzoni presaghe di mestizia e tragedia: “È proprio finita. E noi paghiamo i nostri debiti, qualche volta”. A fine concerto Cantrell intona, coadiuvato dal controcanto del compagno cantante, l’inedita “Killer Is Me”, un altro dolente blues dalle atmosfere grunge. Il suono è diretto da una cura formale quasi sospetta: la pace apparente di chi intuisce l’angosciosa realtà del caso, l’inutilità straziante della vita.

L’Unplugged è una delle ultimissime apparizioni pubbliche di Layne Staley, che morirà nel 2002 per overdose di speedball. L’ottobre nel 1996, dopo questo live, la sua ragazza fu stroncata da un’endocarite e per Staley fu difficilissimo andare avanti. L’eroina diventò la sua unica ragione di vita e nonostante il supporto materiale e spirituale del suo amico di sempre Cantrell, non riuscì più a tirarsi su. Fu ritrovato disteso senza vita sul divano di casa il 12 aprile. Era morto da due settimane e aveva trentaquattro anni. La sua ultima testimonianza live è in questo disco. Stava progettando una band insieme a Tom Morello dei Ratm, i Class of ’99, con la quale aveva già registrato un’allucinata cover di “Another Brick in The Wall”. Ma non se ne fece niente.

Considerare l’Unplugged degli Alice in Chains come una sorta di best of camuffato da acustico o come un passaggio di moda ricalcato dagli episodi di Nirvana e Pearl Jam è ingiusto: questo disco ha personalità e valore, un senso chiaro e un’estetica profonda, pregna di dolore e di dolcezza. Il termine “grunge”, così abusato, forse non riesce neppure a esprimere la complessità che si cela dietro le scelte di delicatezza melodica e le mille vibrazioni condensate nel gesto spontaneo di questa registrazione. Eppure così tanto trasporto è sintomo di purezza. Una purezza di cui abbiamo imparato così bene a vergognarci, di cui sorridiamo o sospettiamo, callidi e cinici, o fondamentalmente svuotati. Provate ad ascoltarlo a luci spente (con o senza “aiutini”). Se avete un po’ di anima vi commuoverà. Se non ce l’avete pazienza, può succedere. Certo, il dolore non è più cool come quindici anni fa: sembra qualcosa di ostentato, di adolescenziale o di fastidioso. Eppure chi soffre non può essere ignorato. Quando l’afflizione trova consolazione nell’autodistruzione, nel martirio, nasce un rispetto speciale. Shopenhaueriamente, chi soffre davvero cerca di debellare la speranza, che è la ragione di tutte le delusioni, negando anche il corpo e la volontà di vivere. Sognando voluttuosamente la morte come rimedio. La pace del nulla assoluto, ma senza sofisticazioni pseudo religiose tipo nirvana. E in questi casi il dolore diventa estatico, musica pura e tanto più è stridente il conflitto del dolore con se stesso, tanto più bella diventa la musica del lamento.

“Ogni dolore, in quanto è una mortificazione, una spinta alla rassegnazione, possiede in potenza una virtù santificante: perciò una grave sventura, una profonda sofferenza, ispirano sempre un certo rispetto”. (A. Schopenhauer, Die Welt asl Wille und Vorstellung)

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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