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Afterhours – Hai Paura del Buio?

Il disco di cui state ora per leggere, o meglio, di cui io adesso sto scrivendo, è da molti considerato come il migliore album di Rock alternativo italiano. Un’opera del 1997 degli Afterhours, prodotto dalla Mescal, intitolata “Hai Paura del Buio?”. Dentro ci avete trovato, o ci troverete veleno, sarcasmo, accordi maggiori, sensualità marcia, un’altra stronza rivoluzione, schizzi di disperazione cioraniana, gioia sperimentale, esplosioni punk, implosioni noise, cut-ups, favole squarciate, stricnina, bassa fedeltà, bestemmie, invettive, misoginia, no sense, strazianti resoconti d’amore fallito, nichilismo, stridori, cuori sporchi e mani lavate…  La band registra quest’album con candore, senza la volontà o il minimo sospetto di ciò che sarebbe poi successo. Con disperazione. Continuare a fare musica e a produrre dischi sembrava, allora, quasi impossibile, una sfida autolesionistica, minacciata inesorabilmente dalle scarsissime vendite, dall’apatia e dal disinteresse diffuso, dall’indifferenza della critica e dalle troppe difficoltà pratiche. La Vox Pop, etichetta con la quale gli Afterhours avevano fino ad allora lavorato, aveva chiuso i battenti, e il gruppo si ritrova (eufemisticamente) libero da contratto discografico. È dalla disperazione e con la disperazione, infatti, che nasce questo capitolo così importante del Rock italiano. Gli animi dei musicisti sono, per così dire, a terra, la situazione generale è deprimente. Ma è questa particolare atmosfera a donare al gruppo la convinzione di dover comunque andare avanti, di dover continuare a giocare fino in fondo, raccogliendo tutta l’amarezza in un lavoro libero, di sfogo, in cui dare forma alle stravaganze, alle frustrazioni, alle angosce e alle contraddizioni senza più nessuna inibizione e senza compromessi.

La creatività delle registrazioni è testimoniata dalle 19 tracce che compongono il disco, materiale eterogeneo e apparentemente disorganizzato, che mescola Rock fragoroso e passionale, abbozzi espressionisti, Grunge, rumore, aperture pop, ingenuità, callide ricostruzioni d’arrangiamento e sovraincisioni produttive, sperimentazione lo-fi, deiezioni, intellettualismi e stronzate.

La title track che fa da introduzione all’opera è un fragile schizzo programmatico di malata e sprezzante bassa fedeltà: un’onda melodica di chitarra iperdistorta, con un effetto grottesco, stridente e ironico, sommerge una ritmica minimale di chitarra acustica, suggerendo in pochi secondi tanto della complessa e contraddittoria estetica dell’album. “1.9.9.6.” è un brano per chitarra pulita e voce distorta che cita più o meno dichiaratamente The Stooges (gli accordi monolitici e acidi e il titolo ricordano molto, troppo, la “1969” di Iggy e compari). La semplice scala maggiore della strofa si oppone al nervoso stoppato del bridge, in cui Manuel Agnelli libera la sua verve più blasfema e satirica, ricamando poetiche sentenze di apocalittica visionarietà: “Gli architetti sono qua, hanno in mano la città…”. Con “Male di Miele” si produce l’inno della generazione fine anni ’90 italiana, quella povera, troppo sfortunata e terremotata generazione senza più ideali, senza speranze e senza un soldo, che sarà giustamente stramaledetta per la sua fiacchezza e le sue mancanze dalle future generazioni, che si ritroveranno tra le mani un mondo di merda, di contratti a tempo determinato, digitali terrestri, pornografia sociale e mentale e legittimi impedimenti. Il brano prende quel che c’è da prendere dalla lezione americana (Nirvana, Pixies e soprattutto gli Alice in Chains di “Got Me Wrong”) e lo rielabora in un cut up dal micidiale impatto emotivo. Una scossa elettrica di rabbia e insensatezza, melodica disillusione e rancorosa reazione. Due minuti e mezzo di Hard Rock minimale e psichedelico, urlato con grinta e trasporto. Immoralismo postmoderno.

“Rapace” introduce al lato più dolce e romantico della band. Nulla di melenso:  l’epicità sentimentale della ballata è costantemente velata da rabbia e inquietudine, anche quando si ammorbidisce attraverso i mesti commenti degli archi. La visionaria chitarra di Xabier Iriondo riesce a imprimere tensione al brano che poi esplode nel ritornello grazie alla graffiante potenza vocale di Manuel Agnelli. Il contenuto è un’allucinante viaggio nel lato più oscuro, inerte e irrespirabile dell’amore, di rinnovata e ineluttabile delusione: “nei sogni che sogni ci sono i tuoi amici, il re, la regina, sono vuoti lo sai, sono più vuoti che mai”. Il Pop mutante e psichedelico di “Elymania” si muove come una viziosa filastrocca dove i riferimenti erotici s’impongono come significati principali. In “Pelle” si drammatizza ancora l’amore infelice, eccedendo in un arrangiamento beatlesiano saturo di violini e pateticità. “Dea” è un Hardcore sparato a mille, in cui l’uomo Agnelli rivendica la propria libertà con l’urlo depravato della disperazione, scusandosi per gli errori e le mancanze di cui, forse, comprende la necessità o la banalità… “tanto ho scoperto che io non sono mai stato l’uomo di una volta”.

“Senza Finestra” è un piccolo e interessante esperimento Lo-fi, dove con straordinario estro creativo e pochi accordi viene fuori tutta quell’estetica dilettantesca di cui è capace Agnelli, l’autore principale del gruppo, giocata secondo dinamiche che offrono una serie di spunti artisticamente consapevoli e maturi: un’idea semplice edificata sull’irriverente sfacciataggine di chi non ha nulla da perdere o da dimostrare: “può piacermi come sei, ma io non sono come te, grassa e brutta anima senza finestra…”. Voci inquietanti e comuni (inquietanti perché comuni?), catturate nella trivialità delle solite chiacchiere sul più e sul meno, sugli oroscopi e sulle affinità di coppia, introducono alla dolce ninna nanna acustica di “Simbiosi”, uno degli episodi poeticamente più riusciti del disco. “Voglio Una Pelle Splendida” è un capolavoro. Semplice e sinuosa, affascinante e intelligente, conquista musicalmente e contenutisticamente con una grazia non affettata, ma armoniosa, sinceramente pop. E cosa significa volere la pAfterhourselle splendida? Desiderare un pensiero superficiale? Riconoscere il dolore della profondità e la meschinità della realtà e non aver pudore nell’agognare attimi di purificazione marginale. Essere difettivi per sperare, ancora, nella vita. Arrendersi alla sconfitta e pregare nella salvezza: “stringimi madre, ho molto peccato, ma la vita è un suicidio, l’amore un rogo e voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida, a salvarmi vieni a salvarmi e bacia il colpevole se dice la verità”. Epica esistenzialista arpeggiata e sussurrata. “Lasciami Leccare L’Adrenalina” è un Punk-pop, scritto da Agnelli in coppia con Alessandra Gismondi dei Pitch, lascivo e incalzante. Il riff coinvolgente di chitarra è anticipato dalla voce del cantante che, licenzioso, intona il leggendario refrain “forse non è proprio legale sai, ma sei bella vestita di lividi”. “Punto G” è una cavalcata malata e allucinata costruita intorno a un riff doloroso e strisciante. Un coro recita un mantra ossessivo che imprime il ritmo al pezzo. Siamo di nuovo dalle parti degli Stooges, e si richiama quel trip negativo di “We Will Fall”. Solo che qui l’ispirazione non è tutta derivata, ma si auto sostiene attraverso un’efficacissima poetica nichilistica: “e voglio un’altra stronza rivoluzione, un orgasmo che mi plachi ogni reazione. Non so chi colpire, perciò non posso agire”. Ancora Punk dalle venature decadenti con “Veleno”, pezzo veloce, diretto dal potente gioco delle chitarre di Iriondo e Agnelli, che s’incrociano e si doppiano con buona sintonia e meraviglioso effetto di contrasto. “Come Vorrei” lascia spazio al gusto neoclassico di Agnelli, che ricama attraverso una dolce fuga pianistica una morbida dedica al suo amico Edda dei Ritmo Tribale (importante quanto sfortunata band del panorama italico dei primi anni ’90). Il ritornello è un prezioso frammento elegiaco, colmo di trasporto e di sentimento: “Edda come vorrei… Perché tutto questo volere non diventa energia e non ci spazza via?”. “Questo Pazzo Pazzo Mondo di Tasse” è una ballata sgangherata registrata in presa diretta, satura di rumori, tonfi minimali di batteria e chitarre ambigue, in cui si polemizza sullo strano e difficile destino dell’artista e del prezzo della musica. La sostanza si vendica sulla poesia…

Stesso tema e stessa atmosfera allucinata per “Musicista Contabile”, dove l’aria diventa ancora più psichedelica e nervosa. Con “Sui Giovani D’Oggi Ci Scatarro Su” Manuel Agnelli è riuscito nell’impossibile: scrive un pezzo sociologico che prende apertamente per il culo il suo pubblico di ragazzini “alternativi”, sottocultura ribelle realisticamente deficiente, che salta dalla barca a vela al centro sociale e dalla permanente ai dreadlocks.

Deve essere una soddisfazione ad ogni concerto assistere all’estasi catartica dello stesso pubblico che canta a squarciagola la canzone in cui viene implacabilmente criticato. Il motivo è trascinante, così come la satirica indignazione di Agnelli, ma più geniale di ogni altra cosa è l’irriverenza con la quale la band esprime la propria posizione, sfidando anche quella piccolissima fetta di mercato in cui e di cui vive. L’ultimo brano, la beatlesiana “Mi Trovo Nuovo”, è una piacevole e mesta ballata pianistica dedicata a un ménage à trois, simpatica e allo stesso tempo malinconica. “C’è un gioco che si gioca in tre, non fa per me, mentre protesto io vengo…  oddio…”.

Parliamoci chiaro, questo è uno dei dischi della mia adolescenza, gli voglio bene. Riascoltandolo, riesco a comprenderne ogni volta l’importanza e il fascino, ma in senso relativo. Mi pare che non ci sia nulla fuori posto. Perché tutto è magnificamente fuori posto!  Anche le ingenuità e le ridondanze, hanno un valore e un senso indispensabile. Penso che un sedicenne degli anni ’10 (che tristezza parlare di anni ’10 eh?) possa, debba, trovarlo intrigante e potente così come è stato per me. Lo spero. Se no vuol dire che i sedicenni di oggi stanno proprio rovinati e non c’è un cazzo da fare, oppure che sono diventato come uno di quegli sfigati che quando avevo 16 anni mi propinavano roba degenere come i Litfiba spacciandoli per un ascolto imprescindibile. Un vecchio che non si rende conto.  A tal proposito, il video che ho scelto per voi è di una signora vecchia come me che cucina il piccione, che parla di come si uccide il coniglio e che ascolta gli Afterhours. Geniale. L’alternativa è vostra mamma che scanna le vittime (dal latino vittus, il cibo offerto agli dei) in cucina.

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